mercoledì 17 novembre 2010
Riflettere per anni
"... ancora secondo Robin, i soldi che le società avanzate spendono per l' assistenza sanitaria sono sprecati. Giacchè i medici uccidono tante persone quante ne salvano, vivremmo altrettanto a lungo anche senza di loro. Tutto questo sa un po' di follia ma il fatto è che i dati, oltre un certo livello, non mostrano alcuna correlazione, sia a livello internazionale che a livello nazionale, tra spesa sanitaria e aspettativa di vita...
... Bryan Caplan, altro mio amico e collega, la mette così: "Quando l' economista tipo mi illustra la sua ultima ricerca, la mia reazione standard è "Ah... forse". Poi l' accantono per sempre. Quando è Robin Hanson a illustrarmi la sua ultima ricerca, la mia reazione standard è: "No, impossibile". Poi ci rifletto per anni".
Tyler Cowen - No crac.
martedì 16 novembre 2010
Sull' asse Milano/Roma
Gli "Ardecore" non sono una band di rock duro ma un' accolita di improvvisatori in vacanza che hanno deciso di rinverdire la tradizione romanesca: voglia di frizzo alternata all' impudica esibizione di moncherini per raccattare elemosine. Il popolino strega l' élite.
Mance e altra beneficienza
Tyler Cowen - No-crac
Tratto dal capitolo che passa in rassegna le strategie migliori per fare beneficienza.
Secondo Tyler chi vuole fare beneficienza deve prima pensare a cosa manca realmente: certo, mancano i soldi. Ma per le grandi cause i nostri soldi sono una goccia nel mare. Cio' che manca veramente sono i donatori, e sul loro numero possiamo incidere più di quanto crediamo..
Nel campo della beneficienza c' è sempre la "causa del mese" che produce un "effetto valanga" straordinario. Una volta è lo tsunami, poi c' è Katrina... Ecco, dovremmo dedicarci alla "causa del mese" contribuendo all' "effetto valanga" che fa donare anche chi di solito non dona.
Evitiamo cause stantie che creano il "mendicante di professione"; evitiamo dunque di fare l' elemosina per le strade di Calcutta. Se proprio cerchiamo un meritevole per strada, beneficiamo il barbone avvolto nei cartoni, non se l' aspetterà.
Sarà bene anche una piccola donazione regolare. E' molto importante per gli enti filantropici avere un archivio dei "fedelissimi", ma attenzione: chiediamo al nostro ente di fiducia di non vendere mai in nessun caso il nostro nome ad altri enti, è una procedura comunissima che mina un bene primario nel nostro caso: la fedeltà.
lunedì 15 novembre 2010
Risposta a “economia dell’anima”
Bello il post “economia dell’anima” del nostro Broncobilly.
La risposta non ci stava nell’editor dei commenti, per cui la pubblico qui.
Io ho un approccio molto più simile a quello di Sara che a quello di Bronco.
Il mio comodino è un cumulo di cadaveri spolpati solo in parte, ma sempre con i segnalibri dentro, in attesa di essere consumati definitivamente. Io non ho quasi mai cuore di abbandonare del tutto un libro non terminato. L'unico che ho lasciato senza l'intenzione di riprenderlo è l'autobiografia di Woody Allen, un mattone che sarei curioso di sapere con che coraggio possa essere stato pubblicato (direi un “salto per noia conclamata”).
Ancora oggi ho ordinato due libri (gli ultimi Piperno e Sandro Veronesi). Questa dell’acquisto compulsivo di libri, film e cd sta diventando una malattia.
Ora sto leggendo Col corpo capisco di Grossman (che al momento considero l'unico autore contemporaneo veramente degno di stare sullo scaffale dei grandi classici). Ho lasciato a metà la Runfola di Lezioni di tenebre, ma conto di riprenderla, perché è un libro eccezionale e mi piace parecchio. E di riprendere gli altri 10 che ho momentaneamente sospeso quest'anno.
In generale non credo al “mordi e fuggi”. L'opera d'arte è concepita come intero, e fruire a mozzichi è il peggior torto che si possa fare all'autore, che magari vi ha riversato la sua anima dentro. Il passo chiave del post di Bronco è questo:
Si puo' "saltare" anche quando si è preso possesso pienamente del libro. Ovvero, dopo che si è guadagnata una propria interpretazione originale, il che equivale ad aver marcato il territorio.
Ma cosa ci garantisce di aver davvero preso possesso dell'opera, se gli abbiamo dato solo scarne rosicchiate? E' vero, potremo dare la nostra "interpretazione originale" a quei morsi, aver marcato il territorio. Ma davvero possiamo considerare soddisfatta la nostra sete di Arte (cioè di assoluto, perché, come ha scritto Hesse, Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio) usando la funzione shuffle dell'iPod? Davvero possiamo considerare tutto quello che Mozart aveva da dire nel Don Giovanni e nella sua opera in generale rinchiuso in un singolo ascolto (lo shuffling spasmodico difficilmente ci ripresenterà due volte lo stesso brano) del Là ci darem la mano? Se lo facciamo, non potremo che concludere che Mozart è sopravvalutato.
Perché io abbandono "momentaneamente" i libri, è qualcosa che dovrei analizzare a fondo. La noia non è l'elemento centrale in gioco. A volte gli impegni e la stanchezza fanno sì che passino giorni prima che riprenda il libro in mano, e ricostruire il già letto diventa difficile.
Però anch'io prendo in mano i libri alla sera nel letto. E dopo tre pagine la palpebra cala inesorabile (salvo le eccezioni dei libri più leggeri, dal ritmo incalzante). Ovvio, poi: leggendo tre pagine a sera è difficile tenere i fili della narrazione. Questo dev'essere un fattore non da poco, infatti non mi capita quasi mai di abbandonare i libri in vacanza, e passo ore piacevoli in loro compagnia sotto l'ombrellone.
Il fattore "io" è importante, ma non basta. Per me quel fattore c'è sempre: la soddisfazione rara di arrivare all'ultima pagina è uno stimolo non da poco. Ma troppe sono le distrazioni, e tutte degne di attenzione. Siamo bombardati da stimoli incessanti che rendono la nostra vita frenetica e impediscono di concentrarsi sulle cose per il tempo che sarebbe bello dargli. La selezione non è semplice, e bisogna avere una buona dose di coraggio per privarsi di qualcosa. Forse in fondo è quanto Bronco dice di Sara: è la “capacità di interessarsi a tutto e a tutti” che ci frega. Selezionare significa rinunciare, e ci vuole sangue freddo e disincanto per farlo senza rimpianti.
Comunque, come si potrebbe cogliere qualcosa in pieno di Dogville se saltassimo delle parti considerandole "noiose"? E poi, come sapere prima quali lo siano? Shufflando a caso rischieremmo di perderci l'essenziale.
Io prediligo la sistematicità, al costo della frustrazione che causano le opere d’arte-cilicio. E archivio libri e cd in ordine alfabetico. Altrimenti reperirli nel mare magnum sarebbe durissima. Non trovo così semplice classificare il tutto in altri modi. Sì, ci sono le macrocategorie (ho aree distinte per libri di narrativa, saggistica, storia, religione, fantascienza, poesia e teatro - e i cd sono distinti in classica, pop, jazz, varie). Ma all'interno di queste raggruppare è troppo spesso complicato, e creerebbe problemi nella ricerca.
Invidio l'approccio di Giusy: lei abbandona raramente i libri. Si legge mattonazzi come quelli di Dumas e Tolstoj in pochi giorni o settimane. Ha una velocità di lettura e capacità di concentrazione notevolmente superiori alle mie.
E anche con la musica: lei è molto più selettiva, ascolta molta meno musica di me, ma quando l’ascolta lo fa bene, non lo fa a caso, non perde tempo ad ascoltare certa robaccia di scarso valore che qualche volta ascolto io (con grande godimento, ammetto). Se sta facendo altro, predilige il silenzio.
Ma sulla musica abbiamo già discusso: noi musicisti abbiamo un approccio più professionale. Godiamo in modo diverso. Di più o di meno, in termini assoluti, non voglio stare a sindacare. Io riesco lo stesso a godere da profano, ad ascoltare robaccia sorvolando sul fatto che sia composta da gente incompetente o da gente competente che si autocastra nell'intenzione di soddisfare gli incompetenti (così è gran parte della produzione contemporanea). Forse questo fa di me un musicista incompleto.
Chi ha un approccio "professionale" all'ascolto della musica non si chiederesti che cosa ci sia di cattivo in Bach. La risposta sarebbe subito ovvia: nulla. Ma anche senza questa sfida il musicista gode della sua musica appieno, oserei dire al massimo.
Forse, per chi ha un approccio di questo tipo, in fondo c'è un’analogia con altri tipi di godimento. Il troppo rischia di provocare la nausea, e quindi bisogna limitare la frequenza (pensavo ai dolci, che altro avevate capito?). Per questo probabilmente nella casa dei musicisti è facile che ci sia silenzio.
Sui musei sono d’accordo, e mi piace il trucco di Tyler.
Ogni volta che leggo, ascolto, vedo qualcosa di interessante vorrei anch’io scrivere le mie impressioni sul blog, o su anobii, o su fb. L'altra sera per esempio abbiamo visto Million dollar baby, e ci sarebbe da scriverne. Ma ci vuole troppo tempo. Mi limito a comporre recensioni mentali, con l’idea di scriverle domani. E poi restano lì sospese, come i libri lasciati a prender polvere col segnalibro dentro.
Mulholland drive: lavori in corso.
Tutti appartengono alla genealogia inaugurata da David Lyinch, autore spesso trascurato che invece, solo per questo, merita il culto che lo circonda.
Se volete toccare con mano la parentela osservate questo killer in azione e sappiatemi dire.
Certo, Mulholland drive è un film degli anni 00, ma l' accento della scena è tipico e questa è solo una riproposizione.
E poi Mulholland drive è il film che abbiamo visto ieri sera, e mi serviva una scusa. Abbiamo trattenuto il fiato a lungo, è una vetta lynchiana in grado di rinverdire i fasti di Twin Peaks.
Tuttavia è anche una storia decisamente criptica che ha scatenato gli ermeneutici.
Io ho avanzato un' ipotesi che mi soddisfa: si tratta in realtà di due storie divise dal sipario rosso che compare nello spettacolo dell' illusionista.
La prima storia è quella della smemorata, la seconda racconta un amore deluso con relativa vendetta.
Puo' ingannare il fatto che siano due storie giustapposte e che la prima occupi tre quarti del film.
Le due storie sono coerenti al loro interno anche se tra loro non comunicano. Un po' come la fisica contemporanea, che spiega il mondo naturale con due teorie internamente coerenti ma tra loro non comunicanti.
Ma cio' che inganna ancor di più sta nel fatto che la seconda storia riutilizza personaggi e situazioni che già la prima storia aveva proposto, anche per questo procede molto più speditamente; l' artificio ci inganna facendoci credere che la storia sia unica, cosicchè cerchiamo di capire come debbano incastrarsi flash back e flash forword, per scoprire alla fine che un simile incastro non esiste. A meno di digerire un numero inaccettabile di incoerenze.
Come se non bastasse le due storie sono entrambe monche in diversi punti. Fa niente, le amputazioni non generano assurdità. Ci sono parecchi thrillere che ci lasciano sospesi.
Ma perchè raccontare due storie con tanti vicendevoli rimandi ingannatori?
Penso che uno sceneggiatore di professione sarebbe meno sorpreso di noi.
E' pratica comune iniziare a buttar giù una storia promettente per constatare poi in seguito che non va da nessuna parte. Si ricomincia allora a raccontare una nuova storia cercando di non "sprecare" personaggi e pezzi di narrazione ideati in precedenza che riteniamo funzionare.
Basterebbe scrivere su un blog per rendersi conto di questa caratteristica andatura dello scrivere, mica c' è bisogno di inventare il plot di un film.
Sì, penso che il Mulholland drive ci racconti il mondo degli sceneggiatori e le intermittenze della loro scrittura. Siamo nel bel mezzo della scrittura di un film.
sabato 13 novembre 2010
Meditazioni libertarie sul Vangelo del 14.11.2010
In quel tempo. Mentre il Signore Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Egli disse loro: «Non vedete tutte queste cose? In verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta». Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: «Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo». Gesù rispose loro: «Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Questo vangelo del Regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli; e allora verrà la fine. Quando dunque vedrete presente nel luogo santo l’abominio della devastazione, di cui parlò il profeta Daniele – chi legge, comprenda –, allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere le cose di casa sua, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendere il suo mantello. In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano! Pregate che la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall’inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessuno si salverebbe; ma, grazie agli eletti, quei giorni saranno abbreviati. Allora, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui”, oppure: “È là”, non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto. Se dunque vi diranno: “Ecco, è nel deserto”, non andateci; “Ecco, è in casa”, non credeteci. Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Dovunque sia il cadavere, lì si raduneranno gli avvoltoi. Subito dopo la tribolazione di quei giorni, “il sole si oscurerà, / la luna non darà più la sua luce, / le stelle cadranno dal cielo / e le potenze dei cieli saranno sconvolte”. Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli».
Il Vangelo ci parla della fine del mondo. E rilevante sapere quando avverrà?
Non è rilevante, è decisivo per accordare la nostra etica su quell' orizzonte: mentre alcuni precetti sono inamovibili, altri, essenziali per specificare i comportamenti concreti, ricevono l' influsso della circostanza.
Conoscere il tempo che abbiamo di fronte è una circostanza decisiva per il Cattolico ragionevole.
Facciamo un esempio: Padre Tosato dice che la condanna della ricchezza nei Vangeli va interpretata avendo presente la rischiosità dell' impresa di coloro che venivano "chiamati" ad annunciare Cristo.
Per chi dovrà sacrificarsi domani, è irrazionale investire a lungo termine. Ma la cosa diventa invece auspicabile e raccomandabile per chi gode di una maggiore speranza di vita.
Gesù sembra metterci in guardia dai falsi profeti che annunciano l' imminente fine dei tempi: non diamo dunque loro retta e contribuiamo, da cristiani, a costruire una società in grado di produrre ricchezza e benessere nei tempi a venire; lo spiritualismo, il pauperismo e l' idolatria della miseria materiale sono insensatezze in cui cade chi ascolta la sirena di questi ingannattori.
Sulla costruzione di una società del genere il Libertario ha qualcosa da dire al Cattolico.
Economia dell' anima
Il suo concetto chiave è quello di "incentivo". I soldi forniscono buoni incentivi, ma ne esistono anche altri.
Nell' era dell' abbondanza, quella in cui viviamo, i soldi scarseggiano sempre meno, cosicchè l' economia finisce per occuparsi sempre più d' altro.
Chiediamoci cosa scarseggia realmente nella cornucopia della contemporaneità?
Mi viene in mente il mondo della cultura: mai come oggi siamo sommersi da un profluvio di cultura che sgorga da ogni dove. I "Capolavori" ci tengono sotto assedio, è perfino difficile schivarli. Con pochi euro ti porti a casa l' integrale delle cantate di Bach in esecuzione prestigiosa.
E nel frattempo accatastiamo libri intonsi, per non parlare dei cd acquistati che giacciono inascoltati.
Cosa manca allora?
Bè, mancano: attenzione, tempo e reale interesse.
E' una "triade" cruciale e per produrla in modo efficiente dobbiamo consultare un buon economista che si occupi di questi beni, un economista dell' anima come Tyler Cowen, per esempio.
Lui ci dirà che dobbiamo partire riconoscendo una triste verità: pochi di noi sono interessati all' "arte per l' arte", quasi tutti ci esaltiamo invece per quell' arte in grado di ornare ed esaltare il cosiddetto "Fattore-Io".
Coltivare la nostra autoimmagine attraverso i consumi culturali è decisivo, vogliamo stare al centro della scena, anche quando siamo semplici spettatori.
Riconoscere il ruolo chiave del "Fattore-Io" è la prima mossa per rendere più efficiente la produzione della triade e vivere "felici & acculturati".
Chi se lo dimentica è destinato a fallire facendo naufragio nella noia.
I sovietici si erano dimenticati il naturale egoismo degli uomini, se trattando di cultura dimentichiamo il nostro naturale narcisismo siamo destinati alla stessa fine.
Guardando Dogville, è solo un esempio, ho vinto i momenti di stanca anche perchè ero impegnato a spremere l' essenza del film visto che volevo scrivere due righe sul blog.
L' impegno che avevo preso con me stesso mi ha fatto superare quella noia intermittente che non risparmia nessun "capolavoro" e che spesso ci demotiva (chissà perchè i film "artistici" scivolano misteriosamente sempre sul fondo della pila dei dvd ancora da visionare).
Improvvisamente Grace ha cessato di essere la protagonista della storia e io, con la breve riflessione finale che mi ero impegnato a svolgere, ho guadagnato il centro della scena.
Non c' è niente che ci appassiona tanto quanto il "Fattore-Io", se riuscissimo in qualche modo ad ancorarlo al prodotto culturale, anch' esso diverrà attraente.
In altre parole, saremo riusciti a produrre "attenzione, tempo e interesse" per la cultura.
Chi disconosce il "Fattore-Io", lo ripeto, non è un buon "economista dell' anima", spesso finirà per annoiarsi e rinunciare alla cultura.
Ormai, per ogni disco o concerto ascoltato, per ogni film visto, per ogni libro letto, mi sono impegnato a scrivere sempre due righe, una breve riflessione a posteriori. Lo faccio anche per agganciare il "Fattore Io" all' opera d' arte.
La riflessione scritta è uno scudo nei confronti della quantità sterminata di cultura che ci assedia, la sua importanza non è funzionale solo al dialogo che ne puo' scaturire con chi mi è vicino ma anche alla produzione di "attenzione", un bene così scarso nell' era dell' abbondanza.
Ma ci sono anche altri trucchi.
Guardando i film con Sara facciamo spesso scommesse sui finali.
A noi basta poter dire "te l' avevo detto" per appagare il nostro "Fattore Io"; ma si possono puntare anche soldi, volendo.
About Elly è un film che ci ha appassionato molto e ce lo siamo bevuti tutto d' un fiato a notte fonda: c' era in ballo una bella scommessa e, chissà perchè, il film è diventato subito avvincente.
Di "About Elly", oggettivamente, si possono dire almeno due cose: 1) è un film dallo spessore culturale indubitabile, ha fatto messe di premi un po' ovunque ricevendo gli "osanna" della critica più sofisticata; 2) ma è anche un film piuttosto noioso e lento, Diana puo' confermare.
Ebbene, direi allora che la tecnica delle scommesse ci ha consentito di produrre "attenzione, tempo e reale interesse" da dedicare a questo prezioso manufatto culturale.
*****
Perchè io sono un lettore entusiasta che non smetterebbe mai di leggere mentre la Sara si trascina sempre con lo stesso libro in mano per mesi quasi fosse un cilicio?
Perchè il volume "I Miserabili" giace da mesi sul comodino della Sara? Nel corso di tutto questo tempo io avrei potuto leggere l' opera omnia di Shakespeare!
Io, in effetti, avrei sempre voglia di leggere: leggo in bagno, leggo in treno, leggo di notte quando tutti dormono, leggo la domenica e preferirei leggere piuttosto che "andare in vacanza"; i miei libri sono pasticciati, pieni di orecchie, spesso con la rilegatura a pezzi e le copertine perdute in qualche vagone di Trenitalia.
Per la Sara il momento deputato è uno solo: "a letto prima di dormire". Senonchè, quasi sempre, quando giunge il "momento deputato", allunga uno sguardo malinconico verso il volume accuratamente rilegato con sovracopertina, e dopo breve ed appannata riflessione rinuncia, sarà per domani. Ripone il sofisticato segnalibro all' altezza dell' ex-libris tra le pagine immacolate e chiude dolcemente tomo e occhi. E' proprio una lettrice d' altri tempi.
La differenza tra me e lei è l' interesse reale per quel che si ha in mano.
Ma attenzione, c' è qualcosa che complica il quadretto dato finora.
Sara è anche persona molto più curiosa ed intelligente di me, che sono piuttosto tardo; la sua vitalità mi sopravanza in tutti i campi e la sua capacità di interessarsi a tutto e a tutti mi sorprende; inoltre, avendo una laurea in lettere, è anche più ferrata in materia.
Ma allora cosa c' è che non va in lei nel comparto "libri & lettura"?
Probabilmente, nell' era dell' abbondanza, per leggere con entusiasmo i grandi capolavori della letteratura, più che la laurea in lettere, serve la laurea in economia. L' "economista interiore" a cui si affida Sara, non le consente di produrre in modo efficiente "attenzione e interesse", due risorse fondamentali.
Innanzitutto, qundo ho in mano un libro, io "salto" e "abbandono" spesso e volentieri, cosicchè mi trovo a leggere quasi sempre roba per me di estremo interesse.
La Sara, per contro, non si limita a tenere il segno della pagina, tiene anche il sotto-segno del paragrafo: deve ripartire da lì o va tutto a monte. Probabilmente, l' economista interiore a cui si affida crede che al mondo esista un solo libro. Non ha capito che se c' è qualcosa che non scarseggia è proprio la materia prima, ovvero i capolavori letterari.
La sapienza nel "saltare" uno non l' improvvisa, se la costruisce nel tempo imparando a conoscere se stesso e i vari generi letterari. Si commettono errori e si ricomincia. Ma chi non comincia mai, l' esperienza non se la farà mai e rimarrà per la vita un lettore assonnato.
L' economista Robert Hall diceva che chi non ha mai perso un aereo passa troppo tempo in aereoporto.
Il "Fattore Io" è decisivo per imparare a "saltare" leggendo, e qui torniamo a bomba.
Lasciamo per un attimo perdere i "salti" per noia conclamata, quelli li sanno fare tutti, è altresì vero che nei grandi capolavori è difficile imbattersi in pagine noiose, specie se parliamo di autori vicino a noi che rispecchiano la sensibilità contemporanea.
Si puo' "saltare" anche quando si è preso possesso pienamente del libro. Ovvero, dopo che si è guadagnata una propria interpretazione originale, il che equivale ad aver marcato il territorio.
"Mettere le nostre mani" sul capolavoro appaga il "Fattore-Io".
Dapprima si continua a leggere con il cuore in gola in cerca di conferme e smentite, quasi si fosse in lotta con il libro così come Giuseppe era in lotta con l' Angelo. Questa lotta è esaltante: le conferme appagano il mio narcisismo, le smentite feriscono e disorientano costringendomi a rimettere insieme i pezzi in altro modo. Sia le une che le altre, però, moltiplicano il mio interesse in modo efficacissimo (nel frattempo la saretta, non solo si è addormentata ma si è messa anche a russare).
Con opportuni ritocchi, poi, la mia visione diventa finalmente in grado di "accogliere" il libro; si raggiunge un equilibrio. Il libro ora scorre placido tra due argini che ho costruito e il "Fattore Io" lo osserva compiaciuto. E' tempo di cambiare libro, anche se l' ultima pagina è lontana.
Una sola avvertenza: prima di leggere un grande capolavoro del passato, specie se voluminoso, giova leggerne un sunto.
Bisogna infatti mettersi nella zucca un concetto base: nei grandi capolavori, il valore è dato dallo stile e dalla profondità psicologica. Una volta che abbiamo la "storia" sotto controllo potremo concentrarci sull' essenziale, magari aprendo il libro a caso e leggendo capitoli spaiati presi qua e là.
Chi invece si dispiace di "rovinarsi" in questo modo le sorprese che puo' riservare una storia ben architettata, si rassegni e rinunci all' alta letteratura, non è roba per lui. Investa piuttosto il suo tempo altrove, il mondo è pieni di libri di serie B con trame ricche di colpi di scena. Oppure continui a leggere per tutta la vita "I Miserabili"... per vedere "come va a finire" (ogni riferimento è casuale).
***
La Sara è musicista diplomata, spesso si esibisce in concerti come cantante e, in più, insegna musica ai bambini.
Eppure, in casa nostra, l' appassionato di musica sono io, nessuno lo contesta.
Come mai?
La musica fa parte a pieno titolo della cultura, e, nel mondo dell' abbondanza culturale, senza un buon "economista interiore" in grado di produrre la triade non vai da nessuna parte.
Se devi fare un concerto ci vuole poco per foraggiare il "Fattore-Io": sei già fisicamente al centro della scena.
Anche qundo la musica la devi insegnare tutto è facilitato: il "Fattore Io" è addirittura in cattedra.
La Sara, per esempio, non suona mai il flauto traverso, lo strumento in cui si è diplomata e che giace impolverato nelle custodie; non deve fare concerti con quello, non deve insegnarlo in classe. Che senso avrebbe sfoderarlo visto che non ci sono impegni in vista? Poichè il suo "Fattore Io" non è coinvolto in alcun modo, il suo interesse scema.
Per me le cose sono andate in modo dverso.
Da piccolo ascoltavo non so più quali canzoni e viaggiavo con la mente, mi pensavo protagonista di storie fantastiche che avevano per colonna sonora quella musica. Insomma, il giradischi suonava e io facevo tanti sogni ad occhi aperti.
Ho sempre valutato questo fatto pensando che la musica stimolasse l' attività onirica, il che è senz' altro vero; ma la cosa più interessante, e l' ho scoperto dopo, era in realtà un' altra: la mia capacità di sognare stimolava il mio interesse per la musica.
Quei primi sogni ad occhi aperti mi hanno fatto appassionare e nel corso del tempo ho investito molto in questa passione mettendo a punto altri trucchi per alimentarla.
Affinchè la Sara si scaldi per la musica occorre la prospettiva di avere un pubblico davanti, o una classe di bambini. A me basta molto meno, ho impasrato a vivificare il mio narcisismo in ambienti più spogli: la mia cameretta.
Notiamo per favore una cosa: davanti ad una platea o davanti ad una classe ci passi 1/1000 della tua vita, ma in ambienti poco stimolanti come la tua cameretta ci passi 1/40 della tua vita.
Avete capito adesso perchè in famiglia l' appassionato di musica sono io? Perchè la mia passione viene fuori in qualsiasi momento e tutti i giorni, non abbisogna certo che ci sia un "concerto in vista".
Nel frattempo le tecniche elaborate dal mio economista interiore si sono un po' raffinate, gli ingenui "sogni ad occhi aperti" hanno ceduto il passo ad altro.
Faccio solo degli esempi: non ho mai ascoltato ed approfondito tanto Mozart come da quando ho deciso che si tratta di un compositore sopravvalutato.
Raccolgo prove a sostegno di questa tesi che chiama in causa il mio "Fattore Io" e le cerco avidamente mentre ascolto musica. Anche per questo, in genere, ascolto la musica con interesse ed attenzione, soprattutto Mozart che è diventata una mia priorità. Anche se non ho in programma alcun concerto ho pur sempre questa opinione da sostenere e difendere. La mi opinione è molto più "maneggevole" di un concerto, ce l' ho sempre con me in ogni luogo cosicchè il mio "Fattore Io" è sempre sollecitato a produrre attenzione per la musica.
Concluderei dicendo che il timore reverenziale è dannoso quando si vuole produrre interesse. Una cultura di mostri sacri diventa subito scolastica e "scuola" è spesso sinonimo di "noia".
Il trucco ha funzionato anche con le correnti del minimalismo americano, proprio non riuscivo a digerire quella patina. Alla fine si puo' ben dire che conosca meglio la musica di cui diffido rispetto a quella in cui, in teoria, mi identifico.
Anche un po' di filosofia non guasta: costruiamo una nostra personale estetica portatile della musica. Ogni esecuzione diventa una sfida poichè siamo chiamati a spiegare quella musica sulla base di una visione personale.
Inutile dire che io coltivo una filosofia della musica, la Sara assolutamente no, si limita a provare per il concerto.
Un altro trucco consiste nell' adottare questo dogma: in ogni musica c' è del buono e del cattivo.
Cosa c' è di cattivo in Bach? Non esci da questa stanza finchè non me lo dici in modo convinto. Per scoprirlo devi ascoltare, e probabilmente lo ascolterai come non lo avevi mai ascoltato primae.
Ma, per rispondere alla domanda, ascolterai con attenzione anche musiche che senti lontane: il raga, il raggea, il gamelan balinese, l' afro-pop, la musica rinascimentale, la jungle...
La catalogazione delle collezioni puo' essere un modo per mettere a nostra disposizioni quantità rilevanti di "attenzione" e "interesse" per la cultura.
La catalogazione della propria collezione musicale è importante. La Sara ha sempre messo via in ordine alfabetico (ha una gran fretta di fare ordine).
Ricordo che in passato scelsi di ordinare la collezione per "genealogie".
Non è semplice, innanzitutto si richiede di individuare una serie di autori che costituiscano il "canone fondamentale" e che con il loro stile abbiano chiaramente influenzato una genia di musicisti a venire.
Facciamo il caso dei pianisti Jazz. Fats Waller, Art tatum, Thelonious Monk, Bill Evans, Bud Powell, Cecil Taylor, Misha Mengelberg potrebbero costituire "il canone" genealogico.
Ma se ascolto un disco di Muhal Richard Abrams, poi dove lo metto? Forse tra i Tayloriani? Ma non facciamo ridere i polli! Dopo indagini diligenti si scoprirà che Muhal merita a pieno titolo di entrare nel canone.
Stabilire il canone, stabilire se Muhal merita un posto nel canone, stabilire se Tizio sia o meno un "evansiano", richiede un ascolto attento, e spesso anche un riascolto. la sistemazione della Nostra collezione produce dunque "attenzione" solleticando il nostro "Fattore Io".
Altro che ordine alfabetico.
L' ascolto al buio è un altro trucco che funziona: il suono deve arrivare senza preavviso, sono io che mi auto-annunciare la musica risalendo all' autore!
Venticinque anni fa non c' erano funzioni random: ricordo il mio povero fratellino schiavizzato e costretto a pescare a caso tra i vinili un ellepì da mettere poi sul giradischi stando ben attenti a collocare il braccio in modo casuale (l' avevo persino bacchettato perchè tendeva a scegliere sempre la parte centrale). Nel frattempo io giacevo bendato concentrandomi per la prova.
Bisogna ingegnarsi, o si finisce puntualmente a concerti in cui la fine ha tutta l' aria di un sollievo. Con L' Oro del Reno ce la si puo' fare ma il Crepuscolo degli Dei è una mazzata che farebbe sprofondare l' attenzione di chiunque.
***
Tylor Cowen è prodigo di consigli geniali su come andare la Museo senza farsi venire le "gambe da Museo" dopo due sale.
Cowen ci mette sul chi vive: l' economista dell' anima qui trova pane per i suoi denti, i Musei vivono di sovvenzioni, cosicchè pensano a tutto tranne che a facilitare la vita dei vivsitatori.
In più la grande arte non è appropriabile, un duro colpo per il nostro "Io" che si puo' consolare giusto con qualche riproduzione ingombrante e, di solito, pessima. Oppure con ponderosi cataloghi, comunque costosi.
Io, devo ammetterlo, non sono ancora riuscito a domare una bestia furiosa come quella del Museo. L' idea di andare in un museo non mi elettrizza quasi mai.
Preferisco andarci da solo perchè so che cercherò di affaticarmi poco guardando pochi quadri e la cosa appare ai più stravagante.
Cerco di non leggere mai nessun tipo di targhetta, titoli compresi.
A volte, se ci sono venti sale, mi obbligo a visitarne tre scelte a caso.
Evito accuratamente di informarmi in loco, mi limito a "vedere". Informarsi a casa invece sarebbe buona cosa.
In passato, per ogni sala vista, sceglievo il quadro migliore. Ora scelgo il peggiore, è più stimolante.
Faccio interminabili soste sui divanetti, mi sparo tutti gli audiovisivi. Anche due volte.
Se la mostra presenta un capolavoro, a volte mi limito a quello.
Tyler consiglia di pensare alla possibilità di portarsi a casa un quadro, magari rubandolo. Questo mette in campo sia il nostro gusto estetico che i vincoli di arredamento. Sono d' accordo con lui: è dura trarre piacere dalla visita ad un Museo senza la capacità di sognare ad occhi aperti.
La visita al Museo non mi ha mai arrichito ma puo' essere un buon pretesto per "pensare all' arte", e a volte qualcosa di buono ne esce. Sono pensieri che potrei fare al gabinetto ma, ripeto, questo genere di attività richiede quasi sempre un pretesto, e la visita al museo puo' offrirlo.
Purtroppo o per fortuna, per pensare un po' di più bisogna guardare un po' di meno e per guardare un po' meno in un Museo c' è bisogno di grande autocontrollo.
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L' alcolista non vorrebbe bere, eppure beve. Il drogato non vorrebbe farsi, eppure si fa.
Chi compra un libro, finchè è in libreria, nutre un sincero interesse. A casa spesso le cose cambiano e il feeling con il mattone che ci siamo trascinati tra le mura domestiche spesso muta.
Eppure l' economia ci dice che alcolisti e drogati sono persone razionali.
Basta considerarle come esseri abitati da due individui: la prima non vuole bere, la seconda sì. Mercanteggiano in base al proprio potere negoziale e all' intensità delle voglie fino a che non raggiungono un accordo. Di solito ci si fa un goccetto.
A prescindere dall' intensità del desiderio, spesso uno dei due dispone di trucchetti più efficienti per negoziare. Ovvero, dispone di una mente economica più brillante.
Se noi tra quelle due vogliamo avvantaggiare chi "vuole smettere", forniamogli una consulenza economica, visto che sull' entità dei desideri non abbiamo potere.
Allo stesso modo l' economista dell' anima fornisce alla persona che vuole acculturarsi il modo migliore per farlo sconfiggendo con una serie di trucchetti il Mr. Hyde che è in lui e che si presenterà puntualmente per posizionare l' incelofanato dvd della Corazzata Potionkin nel ripiano più alto fuori da ogni "tentazione culturale".
L' economia ha da dirci qualcosa ovunque ci siano mercati. E ci sono mercati ovunque, soprattutto dentro di noi.