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lunedì 28 febbraio 2011

Altro che persuasori occulti!

Mentre sognavate, avete mai avuto la sensazione che stavate sognando?

Avete mai sperimentato la metamorfosi che trasforma radicalmente eventi esterni al sogno in eventi interni? Per esempio: la sveglia che suona sul comodino, dentro al sogno diventa una sirena dei pompieri.

Se sì, ci sono le basi per apprezzare Inception.

Quello che sicuramente non avete sperimentato, comunque, è il "sogno condiviso".

Non fa nulla, potete immaginarvelo: se due sognatori sono in qualche modo fisicamente connessi, i loro impulsi cerebrali (i sogni non sono altro che impulsi cerebrali) interagiscono; ipotizzando una qualche forma di addestramento, si puo' immaginare una qualche forma di coordinamento dell' interazione. Si puo' anche immaginare che un terzo sognatore "forzato" (la vittima) possa essere influenzato dagli "addestrati" attraverso la sottrazione o l' innesto di idee che rendano poi quella persona diversa al suo risveglio.

Altro che "persuasori occulti"!

Tutto quadra, in teoria.

E tutto il resto è cinema, cinema scatenato, come è facile immaginare.

Altra domanda che senz' altro vi ha tormentato a lungo: cosa passa nella testa di Giucas Casella quando legge e domina la mente altrui?



Come escludere che viva avventure in parte simili a quelle di Di Caprio?

***

Se un impulso cerebrale che ha luogo nella realtà puo' essere trasformato nel sogno in un elefante o in un elicottero che precipita o in un treno in corsa, immaginatevi quali e quante spettacolari avventure possono essere messe in scena: un senso di colpa verso la moglie tradita puo' trasformarsi in una tigre antropofaga che irrompe nel sogno all' improvviso.

Consiglio due autori "colti" per prendere confidenza con la dimensione di Inception.

Antonin Artaud: per lui la nostra mente era un palcoscenico; era anche l' unico Teatro in cui lui volesse rappresentare le sue pièce. La smisurata crudeltà che metteva in scena, non era altro che la metaforizzazione di pensieri intimi. Così, in Inception, le rocambolesche avventure sono un coacervo di metafore che noi dobbiamo interpretare e che rinviano alla quasi-immobile intimità del reale.

Tyler Cowen: per lui il grado di interiorizzazione (autismo, sogno, preghiera...) osservabile in una società, misura il grado di avanzamento di quella civiltà. Probabilmente esistono molte forme di vita intelligente nell' universo, civiltà molto più avanzate della nostra, ma di esse non abbiamo notizia ed è normale che sia così: a causa dell' inevitabile introflaessione a cui tende ogni intelligenza superiore, non sono interessate al contatto con noi.

Nel video Cobb addestra Arianna alla condivisione dei sogni.



problemi video?: http://www.youtube.com/watch?v=DzTI_xqaVbY

martedì 15 febbraio 2011

Forza Raquel!

La nana - affetti e dispetti -

Capire questo film significa innanzitutto capire se sia finito bene o male.

Prima di ogni cosa bisognerebbe sapere quel che accade: qui un buon resoconto di fatti ed emozioni.

Raquel è una serva, si accontenta di poco: una stanzetta, la sua tv, i tre peluche, le quattro foto del passato, il suo ruolo di serva...

A volte siamo orgogliosi della nostra austerità: liberi dalle cose, liberi dai bisogni!

Salvo scoprire con sorpresa che ogni giorno è una battaglia per difendere quel poco che abbiamo. Ma c' è di più: siccome quel poco è tutto, combattiamo all' ultimo sangue degradandoci fino a sprofondare in un baratro di grettezza. Una volta perso il rispetto per se stessi la caduta si autoalimenta sospingendosi da sè sempre un passo oltre, e quando tocchiamo il fondo cominciamo a scavare.

La condizione servile, con l' obbedienza che implica, è stata spesso vista come una via mistica. Una via a volte coronata da successo! Ma ci vuole un film americano per raccontare storie di quel genere. Purtroppo Raquel è capitata in un film d' ispirazione Europea - cileno, per la precisione -, che dalle pratiche mistiche importa solo i nevrotismi, tocca dunque arrangiarsi.

Per fortuna arriva Lucy a disincastrare la protagonista dall' impasse in cui è caduta, è lei che in quel ramo secco ci farà intavedere un germoglio. Come fa? Dapprima la spiazza inventendosi soluzioni sorprendenti ogni volta. Una specie di schock-therapy.

Ma soprattutto la salva grazie al fatto che l' amore è contagioso: Lucy è stata amata, è dunque pronta ad amare chi amerà, chi amerà, chi amerà...

Le scene migiori del film hanno tutte a che fare con la maldestra inaugurazione di una nuova persona.

1. Raquel ride per la prima volta, non sa bene come fare. Fa niente, Lucy sorvola su queste difficoltà.

2. Raquel è capita per la prima volta. Non sa bene come ricevere un abbraccio. Non fa nulla, Lucy abbraccia sempre e comunque.

3. Raquel vuole dire la sua felicità. Ha telefonato alla mamma lontana per vent' anni bofonchiando sempre le stesse quattro banalità di rito, ma oggi le trema la voce, vorrebbe dire altro... guardando Lucy accederà al vocabolario della naturalezza.

5. Raquel è amata ma non è pronta a dire di sì. Non fa nulla, potrà confidarsi con Lucy, rinviare finchè vuole.

6. Lucy se n' è andata e Raquel vorrebbe correre, fare Joggin come faceva l' amica: userà la sua "battuta" per scudarsi dal fastidioso stupore degli altri per questa sua "strana" trovata. Poi s' infilerà la tuta, le cuffiette, proprio come faceva Lucy, comincerà un goffo movimento catatonico che andrà via via sciogliendosi... sentirà di essere sospinta da qualcosa, non sa cosa: forse è la musica, forse è Lucy, forse siamo tutti noi.

Forza Raquel!

Non so se il film finisca bene o male, io sono abbastanza fiducioso.

L' imitazione dopotutto è una buona via per giungere alla felicità. Non lo dico io. Affidarsi ad un progetto originalmente concepito ci mette nelle mani dei nostri mille bias cognitivi che sulla lunga distanza si fanno via via giganteschi. Lo dico anche guardandomi allo specchio: dopo mille peripezie mi sono sposato ed è arrivata la mia bambina, cosa ho mai fatto per meritarlo? Nessuna impresa, ho fatto quello che fanno tutti! Anche Raquel sembra avere l' umiltà di mollare il suo micragnoso progetto abbarbicato intorno a strani totem quali il telecomando o i peluche. Sembra aver radunato le forze per seguire passo passo la luce di quella strana cometa che ha visto come in un' epifania baluginare negli occhi di Lucy. Sembra pronta ad "affidarsi". Raquel ha fatto un incontro, direbbe un ciellino. Anche se l' inizio è una pedissequa quanto tenera imitazione ho l' impressione che presto anche Raquel potrà correre come un' antilope dell' altopiano.

Forza Raquel!



p.s. adesso un paio di avvertenze per chi guarda il video: 1. Raquel chiude regolarmente fuori casa le colleghe di cui è gelosa. Ma un giorno arriva Lucy come aiuto, verrà spiazzata dalla strana reazione della ragazza ai dispetti che hanno annichilito i suoi predecessori. 2. Raquel usa la varichina per disinfettare con rabbia e in modo ostentato la vasca dove la collega ha appena fatto il bagno. Lucy, e qui non è la sola, si accorge che in questo atteggiamento qualcosa non va. Lucy, e qui è invece la sola, si accorge che manca un abbraccio.

venerdì 11 febbraio 2011

Gattaca

Finalmente abbiamo visto Gattaca: in un futuro futuribile, la fonte d' informazione primaria - soprattutto nei colloqui di lavoro - sono i test genetici; senonchè, anche quel settore è infestato da truffe. La corrotta natura umana arriva ovunque: fatta la legge trovato l' inganno.

Stando al film, la genetica sarebbe un buon viatico verso intollerabili discriminazioni. Gli uomini vengono divisi tra validi e non-validi.

Purtroppo non si tiene conto di un elementare considerazione: lo stereotipo della genetica, molto semplicemente, si sostituirebbe agli stereotibi che usiamo già oggi (razza, sesso...). Con un pregio: sarebbe più accurato.

Nulla ci viene mostrato circa il fatto che la disponibilità di una simile preziosa fonte di informazioni, consentirebbe il superamento di stereotipi più rozzi ma non meno indispensabili.

In combutta con la libertà contrattuale, eliminerebbe o ridurrebbe al minimo le inefficienze da asimmetria informativa e statistical discrimination.

Questo portato liberatorio sfugge al film che preferisce concentrarsi su altro.

Una pecca a cui ne aggiungo altre tre:

1. le truffe sono abbastanza inverosimili; Per chi resta chiuso ed impaurito verso questo futuro a tinte fosche, è un' illusoria consolazione pensare di trovare un alleato nelle truffe. Un po' come chi pensava che l' espansione della rete telematica fosse stoppata dal proliferare dei virus. Hai voglia...

2. il protagonista, un "non valido", sembra il più determinato di tutti (sogna il suo sogno molto più intensamente degli altri): strano visto che la "determinazione" è uno dei tratti caratteriali dove la genetica ha più da dirci.

3. il credente, per quanto dipinto con simpatia, risulta poco più di un oscurantista che agisce in dispregio della ragione.

Ma il film ha soprattutto un merito che è tipico dei film americani: ci cala nell' ambiente ideale per riflettere in modo proficuo sulle sue eventuali pecche. Ci si dissocia, forse, ma si esce senz' altro edificati.

***

Nel video: nasce un bambino di dio, uno che poi da grande dovrà "rifarsi il trucco" ogni volta che va al lavoro.

martedì 8 febbraio 2011

Spirito/nebbia/occhi/torrente/scimmie

Aguirre furore di Dio -

Degrada lo spirito popol vuh, che dapprima sublima nella nebbia, che poi trasogna l' occhio, che infine inzacchera il fiume, che da ultimo svilisce nei disordini della scimmia.

Il furore di cui al titolo noi non lo vediamo all' opera, ma per appurarne l' esistenza ci basta avvistarlo che cova in fondo alla pupilla visionaria di Aguirre.

Sappiamo così per certo che presto la maestosa lentezza della nebbia andina sarà turbata dalla compulsiva curiosità di quell' anomalo babbuino che viene dall' Europa.

Sappiamo che l' antimisticismo cattolico, corredato da una teleologia torrentizia e fangosa, sconvolgerà il sonnolento moto circolare che culla l' imperturbabile stagno dell' imbambolato indigeno.

Ci sarà sempre un tradimento, una testa mozzata, un sabotaggio che darà la svolta agli eventi, che accelererà l' evoluzione in direzioni impreviste, che farà saltare equilibri secolari, che sbarrerà di nuovo l' occhio ambizioso nel miraggio dell' Eldorado.

Aguirre fallisce e finisce pazzo, scosso dal suo muto sogno, grottesco comandante di una zattera di scimmiette che antepone le noccioline alla condivisione del sogno.

Ma il film non dice questo, il film dice che verrannno altri dopo di lui.

Quella stirpe non è fatta per la rinuncia. Quegli occhi sono un potente fertilizzante che garantisce frutti anche nella sconfitta, un fertilizzante che è la vera novità portata da oltreatlantico e imposta al mondo: la "distruzione creativa".



P.S. Intervento critico della Sara: ma Kinski non assomiglia a Sallusti?

mercoledì 26 gennaio 2011

Good Bye Lenin

Taroccare la Storia costa una gran fatica ma per amore lo si puo' fare, e magari anche divertendosi.

Good Bye Lenin, nei toni della commedia, racconta le peripezie di chi ci prova.

Benigni ne "La vita è bella" costruisce un nazismo di cartone affinchè si possa sognare di non essere oppressi. Alex fa di più: il comunismo di cartone che mette in piedi serve per poter sognare di non opprimere il prossimo.

L' eutanasia della fanatica mamma viene accompagnata simulando il crollo del muro attraverso le cui brecce gli occidentali finalmente potranno unirsi al sogno - i sogni e le buone intenzioni sono i veri protagonisti del racconto - del comunismo realizzato e mammificato, abbandonando così un fatuo mondo ormai al collasso e dominato dalla dura legge paterna delle merci.



Un film bellino, mi uniformo al giudizio di Davide. Ma la morale?

La mia versione: prima ci autoingannavamo... ora ci ingannano.

Un' equiparazione che striscia parallela alla storia e che risulta difficile da accettare, una morale che quindi respingo ma che il film ha il merito di proporre in modo discreto e senza vincolarci ad essa. Scommetto infatti che molte altre letture sono possibili.

p.s. Metto di seguito, in ordine sparso, i miei prossimi cineclub - chi è interessato puo' averli sidponibili in rete. Ringrazio per i consigli ricevuti.

Aguirre furore di Dio
Fight club
Grizzly man
Inception
Gattaca
La nana
Match point (woody allen)
City Island
Il nastro bianco
Thank you for smoking
Moloch (il film su Hitler di Sukorov)
...

lunedì 10 gennaio 2011

La vendetta riconsiderata

Cosa c' è che non va nella vendetta?

La risposta è difficile da reperire, forse anche perchè probabilmente non c'è.

E' un' impresa trovare cosa non vada nella "vendetta", almeno dal punto di vista sostanziale.

Il nostro senso di giustizia in fondo è ancorato alla logica del vendicatore.

Messa giù così ciascuno di noi è spinto a negare, ma ripensiamo per un attimo a film e telefilm che tanto ci appassionano: chi non ha tifato per il vendicatore?

Lo abbiamo fatto tutti e lo abbiamo fatto per appagare un nostro profondo senso di giustizia.

Tutto sto casino per dire che ieri ho rivisto "Il cavaliere della valle solitaria", è da sempre il mio western preferito, con un colpo da maestro il "vendicatore" Shane riporta spettacolarmente in parità i piatti della bilancia.

Western enfatico nei dialoghi ma stringato nella gestualità, comunque sempre consigliato, soprattutto a chi si attarda su una visione hobbesiana e stereotipata del far west.

La psicologia del ragazzino Joe, poi, è un modo efficace per accennare ai pericoli della vendetta: il "vendicatore" (Shane) rischia di assurgere ad eroe spiazzando il modello dell' uomo-lavoratore (il padre). L' eroe/giustiziere eclissa nella mente del fanciullo l' eroe/borghese. Joe è in bilico, ripudio e adozione sono per lui una sirena minacciosa.

Se la prevalenza dell' eroe-borghese non fosse emersa, gli Stati Uniti si sarebbero "africanizzati", se Joe avesse scelto Shane come padre, il "tribalismo" avrebbe fatto irruzione rimpiazzando il "pionierismo".

La fuga e il discorso finale di Shane a Joe mettono a posto le cose: "Joe, il vero eroe è tuo padre che coltiva i campi, alleva le vacche e costruisce chiesa e scuola per te, non certo io che con la mia estrazione rapida ti libero dal male contingente. Guarda a lui non a me, diventa come lui".

Dopodichè Shane se ne va per non sedurre la fragile mente, se ne va con le spalle alla camera e la fronte all' orizzonte, esattamente come mille magici cavalieri solitari e consapevoli prima e dopo di lui.

Prezioso il mestiere del boia, ma anche bisognoso di delicati equilibrismi.

Ecco, una vendetta senza la "Shane-postilla" potrebbe essere rischiosa per i molti Joe in cerca di un Padre.

Ottima occasione per rivedere la scena del duello finale (a proposito di "gestualità stringata"), una goduria in cui tifiamo senza remore per il vendicatore facendo baluginare la pupilla come e più di Joe. [Peccato solo per quella voce da schiavo impaurito che il doppiaggio rifila all' incolpevole Alan Ladd]

sabato 8 gennaio 2011

Scene da un matrimonio

Nell' inferno puoi imbatterti anche stando quaggiù sulla terra.

Secondo Bergman, uno dei luogni deputati a questo incontro è il matrimonio.



A metà del film io e la Sara abbiamo organizzato le scommesse sul "finale".

Ecco allora i sette finali "papabili" per la storia in questione.

1. Finale "chabroliano": lui fa tanto lo spigliato cercando di "aprire" la coppia e facendo soffrire lei. Ma poi, quando lei esce dal guscio, è lui a restare scottato e ad accorgersi di non essere all' altezza.

2. Finale "conciliatorio": tempesta in un bicchier d' acqua. Tutto torna in ordine e amici come prima.

3. Finale "modernista": alla fine ci si lascia da persone "civili", si stringono i denti al momento e presto ciascuno trova la sua strada.

4. Finale "troufauttiano": la cosa si risolve in un rimescolamento di coppie continuo.

5. Finale "tragico": lei non sopporta e collassa.

6. Finale "tutti contro tutti": trionfo dell' odio totale con un generalizzato "mandarsi a fare in...".

7. Finale "femminista": moglie ed amante si alleano contro il marito meschinello.

8. altro.

Avevo optato per 1. Non ho vinto, ma non ho neanche perso: nemmeno Sara c' ha visto giusto.

Il bello di queste scommesse è che puoi fare un po' di soldi, ma ti aiutano anche a riflettere sul film.

Come collocare infatti il finale reale? Non è facile rispondere e la discussione in merito non è mai improduttiva.

Siamo addivenuti finalmente ad un accordo: il finale bergmaniano rientra nella tipologia 4.

Spiego meglio cosa ho in testa: il matrimonio è la tomba dell' amore ma dell' amore non si puo' fare a meno. Tutto cio' scatena una dinamica ben precisa: ci s' innamora, ci si unisce (e l' unione più completa è quella matrimoniale), poi l' amore muore per ricrearsi altrove e compiere di nuovo una parabole simile destinata a rinnovarsi.

Marianne e Johan possono di nuovo amarsi sinceramente, ma solo dopo il divorzio e il nuovo matrimonio con terzi.

La dinamica è simile a quelle di Trouffaut (Jules et Jim) ma nel francese c' è sempre un che di giocoso, in Bergman aleggia una fatica di Sisifo.

La posizione filosofica vincente mi sembra proprio quella del marito: è bello reincontrarsi ora ma, ammettiamolo, ci manca qualcosa. Lei, più razionale ed ottimista, con l' incubo finale sembra convertirsi al senso d' incompletezza di lui.

lunedì 27 dicembre 2010

Il Profeta

Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa, che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose "missioni", che rafforzeranno il suo animo e che gli faranno meritare la fiducia del boss. Malik è una persona molto audace e non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto


Un film inquietante, innanzitutto per come descrive l' humus che contribuisce alla gemmazione di una mente criminale.

Gli ingredienti essenziali sembrano essere tre:

1) Istruzione.

2) Multietnicità.

3) Pene alternative al carcere.

Allorchè Malik accede ai tre elementi, il più è fatto.

Con un minimo di 1, 2 e 3, il diavolo si mostra in grado di fare anche i coperchi.

Tuto cio' che dovrebbe essere fuoriero di nuova edificazione concima in realtà un fantasmagorico fiore del male.

E' grazie a questo mix che la dispendiosa e disordinata barbarie...



... puo' trasformarsi in vera macchina di morte.



Eppure la storia è attraversata da una luce, parla stentorea anche la voce dell' Angelo, quella che invita alla salvezza.

Ma da dove viene?

Sembra di capire che venga dal pensiero delle cose ultime. La meditazione sulla morte nobilita e redime.

Purchè sia meditazione condotta all' interno di una relazione intima.

Le parole di Abdul a Malik: "cosa lascerò alla mia famiglia ora che un cancro mi sta portando via?", sembrano spingere la coppia al grande colpo. In realtà penso che quelle parole seminino dell' altro in Malik e lo spingano alla decisione cruciale.

Una segnalazione dalla quale non posso esimermi: nei panni del boss corso, Niels Arestrup è all' altezza del Padrino Marlon Brando.

lunedì 13 dicembre 2010

Shrek

Ho rivisto due volte l' inizio ma ancora mi sfugge l' essenziale.

In un certo senso il film della Dreamworks ha un' animazione prodigiosa, eppure si presenta con una zoppia che ne inficia il portamento.

La domanda cruciale mi sembra chiara: perchè mai Lord Farquaad odia le fiabe e vuole mettere al confino i protagonisti che le animano?

Rispondere sembra decisivo, eppure non c' è risposta che soddisfa.

Si puo' al limite farsi una ragione di questa difficoltà.

Innanzitutto bisogna dire che un' ostilità generalizzata per il mondo delle fiabe è nell' aria, lo si satireggia di continuo mettendolo alla berlina con una brillante produzione in serie di anti-climax. Geppetto, per esempio, tradisce Pinocchio vendendoselo al mercato.

La posizione decostruzionista ci viene suggerita in modo più o meno subliminale: è da ingenui credere che le cose stiano esattamente come ce le raccontano le fiabe, divertiamoci piuttosto a montarle e rimontarle a piacimento, in fondo servono solo a quello.

Ma soprattutto, per i più sentimentali, c' è Shrek...

Shrek, il protagonista, è infastidito dalle fiabe e vuole stare alla larga da quel mondo perchè in quel mondo è considerato un mostro repellente, cosicchè non trova nulla di meglio che isolarsi nella sua palude.

Noi siamo chiamati ad empatizzare con lui, conosciamo il suo animo sensibile e patiamo la sottile ingiustizia a cui è sottoposto.

Tutto sembra chiarito e siamo pronti per la crociata. Ma, un attimo, c' è anche Lord Faquaad!

Anche lui vede le fiabe come invadenti ("rovinano il mio regno") e se tentiamo di spiegarcene la ragione non resta che puntare sui medesimi motivi invocati per Shrek: nelle fiabe lui è il "Re malvagio" destinato ad una brutta fine, come potrebbe amarle?

Ma una motivazione del genere butta all' aria la logica del film: come potrebbero i due antagonisti principali essere animati da una causa comune?

Qui i "buoni" osteggiano il mondo semplificatorio delle fiabe, come potrebbe unirsi al gruppo colui che anche nel film è chiamato a fare le veci del "cattivo"?

Lord Farquaad nelle fiabe è un emarginato, ma lo è anche nel film!

Sarà anche un' ingenuità semplificatoria ma se si vuole raccontare una storia ai bambini un "cattivo" serve e questa esigenza insopprimibile fa in modo che un film smitizzante come questo resti pencolante senza rimedio.

mercoledì 1 dicembre 2010

INLAND EMPIRE

Al di là di tutte le interpretazioni, critiche, chiose, e spiegazioni non date dall'autore, c'è da chiedersi cosa ti lascia questo film dopo quasi tre ore allucinati e allucinogene.
Un senso?
E' un senso che tocchiamo con mano tutti i giorni. La vita non è fatta del momento che si vive, ma anche del momento che si vive sovrapposto a tutto il resto: passato, presente, futuro, luogo e non luogo, ciò che sensoriamente sperimentiamo, e ciò che è dentro di noi, e ciò che è stato; sovrapposizione di realtà e finzione, film nel film.
Non è necessaria la presenza di una maga vicina di casa o delle streghe di Macbeth travestite da prostitute e moltiplicate quasi per tre a spiegarci tutto questo, e neppure uno psicanalista mitteleuropeo.

Sono le immagini, la luce e i volti che ci rimangono, la luce sui volti.
Il volto perennemente stupito di Laura Dern, (coproduttrice assieme a Lynch del film: altro che i ns cineasti che stanno sempre lì a chiedere soldi pubblici).
La maghetta vicina di casa: memorabile il suo aspetto da psicopatica.
Il marito di Laura: temibile e geloso in America, vittima innocua custode d'animali in un circo dell'est Europa . Le prostitute di Hollywood boulevard. E quelle di Lodz, sotto la neve. Le luci nella notte di Lodz.

Un Fellini introspettivo all'ennesima potenza?

http://www.youtube.com/watch?v=d1WUsRFZd7k&feature=related

martedì 30 novembre 2010

Tutto il resto

Bellissima.

Il regista Alessandro Blasetti cerca a Roma una bambina per una parte in un film. A Cinecittà accorre una folla di madri tra le quali la popolana Maddalena Cecconi con la figlia Maria. La madre fa qualsiasi sacrificio per garantire alla figlia il fotografo, la maestra di recitazione, quella di ballo, il parrucchiere e la sarta e litiga col marito Spartaco, contrario ai suoi desideri di successo per la figlia. In seguito paga un truffatore per fare ammettere al provino la figlia: la bambina viene finalmente ammessa. Maddalena riesce a vedere la proiezione e, mentre vede la figlia che piange amaramente nella sala, l'entourage del regista si sbellica dalle risate. Indignata, si rende conto di aver sbagliato tutto e, quando la figlia viene effettivamente scelta per il film, rifiuta di firmare il contratto riconciliandosi col marito

Insomma, si affronta il tema molto attuale del "velinismo".

Ho rivisto il film con Sara e si è discusso su quale fosse la "scena madre".

[... dopo ogni film noi fissiamo sempre la "scena madre", altrimenti non ci si alza dal divano...]

Almeno tre sequenze si contendono la palma.

La prima illustra l' umiliazione subita.



La seconda il dolore patito.



La terza lo sfogo esternato.



La prima scena è memorabile, non fosse altro che, prima di rivedere il film, nel mio immaginario restava la scena finale.

Ma dopo la rinfrescata voto per la seconda. Lo sguardo perso della Magnani risulta oggi un po' troppo caricato, ma mi sembra proprio che in quella sofferenza ci sia una scoperta decisiva: l' origine dell' amore verso la figlia.

E' un amore che non dipende dalla bellezza e da nessun altra virtù esibita.

Con la marghe sperimento qualcosa del genere; quando lei non c' era ancora o stava solo arrivando, speravo tante cose in mancanza delle quali avrei fatto volentieri a meno di "tutto il resto"; ora conservo molte speranze ma capisco che le delusioni difficilmente aprirebbero una distanza o diminuirebbero l' intensità del legame; in altre parole, "tutto il resto" in realtà è "tutto".

Evidentemente l' origine dell' amore sta altrove e Maddalena lo scopre proprio su quella panchina, mentre la banda del circo apre lo spettacolo.

Sara vota la terza, le piace tanto l' idea che un amore possa rinforzarne un altro in un circolo virtuoso: "per me e suo padre è tanto bella".

venerdì 19 novembre 2010

L' orgoglio degli Amberson

La famiglia degli Amberson è ricca e benestante. Il film descrive la sua ascesa e caduta agli inizi del XX secolo, alla vigilia della massiccia industrializzazione americana. Eugene Morgan, un giovane intraprendente, viene respinto da Isabel Amberson, che sposerà un altro uomo. Il figlio George e il suo orgoglio saranno all' origine della rovina della ricchissima famiglia...

In Quarto potere Orson giungeva alla conclusione per cui la felicità che inseguiamo sta sempre dietro di noi.

Nel marasma del castello che prende fuoco, Kane intravvede la scritta "Rosebud" sulla slitta che arde, e realizza questa verità.

Era la slitta di quando da bambino passava beato i pomeriggi nella neve davanti alla baracca. Una felicità che Kane ha poi ricercato invano durante tutto il film, nonostante diventi l' uomo più ricco e potente del paese. Ora Kane realizza: tutta la sua avidità era dettata dall' inane tentativo di la peretta felicità di quei pomeriggi.

Ma veniamo adesso al nostro film.

Georege, al contrario di Kane, sembra sapere fin da subito che il meglio è alle nostre spalle e fa di tutto per preservarlo fino ad adottare comportamenti patologici.

Che strano, in una memorabile sequenza vediamo George bambino, è un bambino dinamico e desideroso di agguantare la vita e strapazzarla. L' orgoglio produce in lui una spinta propulsiva.

Più tardi, dalla vita e dalla sua imprevedibilità, vorrà invece solo difendersi, e lo farà nel modo più sbagliato, arroccandosi nel suo orgoglio e nel "magnifico passato" che possono vantare gli Amberson. Un atteggiamento che farà morti e feriti intorno a lui.

Nel finale il Nuovo lo investirà... fisicamente.

Finirà infatti sotto un' auto (siamo alla fine del XIX secolo). Già, proprio quell' automobile inventata da Morgan, l' uomo che George ha sempre detestato senza mai nascondere il suo disprezzo, nonchè l' uomo destinato a surclassarlo socialmente grazie alla sua maggiore apertura. L' uomo che ha saputo fare i conti con il Nuovo.

Recentemente abbiamo discusso della tentazione di restare ancorati al passato e abbiamo chiamto questo autoinganno "status quo bias": lasciare le cose come stanno è la politica migliore.

Ma se il film si limitasse ad essere la narrazione di un disastroso "status quo bias", non vanterebbe la sottigliezza che invece possiede. Il film fa di più, insinua una scomoda verità: l' orgoglioso e arrognate (e stronzo) George, forse ha ragione.

A concedergli una chance rendendo l' onore delle armi è proprio Morgan in quella che forse è la scena madre del film.

giovedì 18 novembre 2010

L' asciugatrice di Altman

Prendete due musiche cariche di phatos e fatele suonare insieme sovrapponendole.

Se siete dei bravi contrappuntisti saprete sistemarle in modo da eludere fastidiose dissonanze. Quel che non saprete mai evitare è la perdita del loro originario carattere espressivo.

Una elide l' altra.

In questi casi uno più uno non fa due ma zero.

Lungi dal rappresentare una perdita, per molti questo fenomeno è una benedizione. A volte l' eccesso di espressività diventa macilento e satura l' atmosfera: meglio un' agilità virtuosa. Non a tutti piacciono le pesantezze del melodramma.

Se questo vale per la musica, vale ancora di più nel cinema.

Il regista "polifonico" per eccellenza è Robert Altman, le storie che racconta sono sempre inestricabili tra loro e questa tecnica contrappuntistica gli impedisce di pigiare troppo il pedale drammatico.

L' altro giorno abbiamo visto California Poker, un film incentrato sul gioco d' azzardo e altre dipendenze, c' era materia in abbondanza per imbastire veri e propri drammi ma, per una questione tecnica, abbiamo capito subito che la cosa non avrebbe mai potuto realizzarsi.



Peccato, a noi sentimentaloni italiani, se la lacrimuccia e la tensione emotiva non fa per lo meno capolino, sembra sempre che manchi all' appello qualcosa.

Siamo o non siamo noi che abbiamo fatto accantonare al mondo il contrappunto soppiantandolo con l' Opera?

lunedì 15 novembre 2010

Mulholland drive: lavori in corso.

I due più notevoli cineasti americani degli anni Novanta sono in tre: Quentin Tarantino e i fratellini Coen.

Tutti appartengono alla genealogia inaugurata da David Lyinch, autore spesso trascurato che invece, solo per questo, merita il culto che lo circonda.

Se volete toccare con mano la parentela osservate questo killer in azione e sappiatemi dire.



Certo, Mulholland drive è un film degli anni 00, ma l' accento della scena è tipico e questa è solo una riproposizione.

E poi Mulholland drive è il film che abbiamo visto ieri sera, e mi serviva una scusa. Abbiamo trattenuto il fiato a lungo, è una vetta lynchiana in grado di rinverdire i fasti di Twin Peaks.

Tuttavia è anche una storia decisamente criptica che ha scatenato gli ermeneutici.

Io ho avanzato un' ipotesi che mi soddisfa: si tratta in realtà di due storie divise dal sipario rosso che compare nello spettacolo dell' illusionista.

La prima storia è quella della smemorata, la seconda racconta un amore deluso con relativa vendetta.

Puo' ingannare il fatto che siano due storie giustapposte e che la prima occupi tre quarti del film.

Le due storie sono coerenti al loro interno anche se tra loro non comunicano. Un po' come la fisica contemporanea, che spiega il mondo naturale con due teorie internamente coerenti ma tra loro non comunicanti.

Ma cio' che inganna ancor di più sta nel fatto che la seconda storia riutilizza personaggi e situazioni che già la prima storia aveva proposto, anche per questo procede molto più speditamente; l' artificio ci inganna facendoci credere che la storia sia unica, cosicchè cerchiamo di capire come debbano incastrarsi flash back e flash forword, per scoprire alla fine che un simile incastro non esiste. A meno di digerire un numero inaccettabile di incoerenze.

Come se non bastasse le due storie sono entrambe monche in diversi punti. Fa niente, le amputazioni non generano assurdità. Ci sono parecchi thrillere che ci lasciano sospesi.

Ma perchè raccontare due storie con tanti vicendevoli rimandi ingannatori?

Penso che uno sceneggiatore di professione sarebbe meno sorpreso di noi.

E' pratica comune iniziare a buttar giù una storia promettente per constatare poi in seguito che non va da nessuna parte. Si ricomincia allora a raccontare una nuova storia cercando di non "sprecare" personaggi e pezzi di narrazione ideati in precedenza che riteniamo funzionare.

Basterebbe scrivere su un blog per rendersi conto di questa caratteristica andatura dello scrivere, mica c' è bisogno di inventare il plot di un film.

Sì, penso che il Mulholland drive ci racconti il mondo degli sceneggiatori e le intermittenze della loro scrittura. Siamo nel bel mezzo della scrittura di un film.

martedì 9 novembre 2010

Dogville, ovvero della Santa in poltrona

Grazie a Davide che me l' ha prestato, ho potuto rivedere Dogville.

Nella schiera di Sante raccontate da Von Trier, Grace è la più cerebrale.

Cerca di guadagnarsi il Paradiso con le tecniche di Sherlock Holmes: si siede in poltrona e riflette sul da farsi. Potremmo definirla una Santa in Poltrona

Il suo primo istinto è, come per tutte le sante, verso il martirio, verso il perdono ad oltranza e la mortificazione di sè.

Ma poi, comprende quanta arroganza nasconderebbe questa retrocessione dei propri più elementari interessi, comprende come tutto cio' la metterebbe in evidenza differenziandola dagli altri. Salire su un piedistallo del genere è estremamente insidioso per chi aspira ad una vita pudica e passiva.

Finalmente capisce che l' autentica umiltà consiste nel realizzare la propria umanità e la propria umanità parla in modo chiaro suggerendo al cuore di dar corso alla sanguinolenta vendetta.

Solo la vendetta riequilibria i piatti della bilancia pacificando la Giustizia. E allora ecco che cominciano a saltare le cervella e i figli sono uccisi davanti alle madri.

"Santo" significa "separato", ma la cogitabonda Grace coglie in questa "separatezza" a cui era destinata una trappola insidiosa per la sua anima.

Nelle due sequenze qui sotto Grace matura, grazie ad una riflessione involuta, la sua spiazzante decisione finale.

Nella prima il padre mafioso le rimproverà l' arroganza della sua santità e lei incassa male il colpo; nella seconda Grace, anzichè abbandonarsi alla carità, all' amore e al "dio mio perdona loro perchè non sanno quel che fanno", esegue dei freddi calcoli utilitaristici concludendo che Dogville "no... non ha fatto abbastanza" per meritare il suo perdono.



martedì 7 settembre 2010

About Elly

Ieri sera abbiamo visto il film iraniano, ne valeva la pena.

Si veleggia tra Rossellini, Rohmer e Phanai... dici poco.

Difficile parlarne a chi è all' oscuro del plot.

Una comitiva di giovani famiglie della classe media di Theran passa un week end al mare, tra loro c' è Elly, è in rotta con Alì e si combina per farle conoscere Amad. Lei non avrebbe voluto venire, ripensa ad Alì e lo dice, ma Sakinè ha insistito tanto, Amad è davvero una persona speciale e presto ripartirà per la Germania.

La vita della comitiva scorre frizzantina e spensierata, potresti essere tra giovani coppie di Berlino o di San Francisco. Se non fosse per il velo non li distingueresti proprio, ma chissà, forse presto li distinguerai.

Sara dapprima nota la sproporzione tra i due drammi che marchiano le due parti del film: la morte di Elly agita i cuori quanto la tragedia sentimentale di Alì.

Gestire la seconda sembra impegnare le stesse energie che richiede la gestione della prima.

In realtà, anche quella del fidanzato geloso è una morte, una morte interiore.

Eppure mi tocca dar ragione a Sara per un semplice fatto: la morte di Elly per gran parte del film è solo presunta.

Ecco cosa sappiamo della tragedia:



Harsh verrà salvato dall' annegamento ma di Elly semplicemente scompare dalla pellicola, di lei non sapremo più niente di certo per gran parte del film, anche perchè è un tipo strano e una sua fuga disperata sotto il peso della terribile responsabilità non puo' essere esclusa.

Insomma, al momento non possiamo dire se anche l' irreperibile Elly sia morta. Di fronte a questa tensione, mia ma anche dei protagonisti, vedere gli stessi quasi dimentichi di appurare quanto successo e invece completamente preoccupati all' apparizione di Alì e quindi su come gestire le beghe sentimentali della scomparsa è piuttosto squilibrato.

Provo a fare delle ipotesi conciliatorie: nella cultura arcaica un tradimento non è poi cosa da passarci sopra come da noi, forse puo' essere equiparato ad una morte: l' onore e morte vanno a braccetto.

Arcaismo e modernità si combattono poi nella figura di Sakinè, alla fine, dopo una dolorosa battaglia, prevale la seconda e la bugia scagiona la bella compagnia consegnando alla sofferenza il fidanzato di Elly.

Ecco la terribile e stupenda bugia:



Un film così, a raccontarlo fa venir voglia di condannare: condanna per chi ha mentito traslando le sue responsabilità (ma che colpa ne hai in fondo... racconta come sono andate le cose... cosa ti costa?...); condanna per chi complica la vita altrui con sentimenti arcaici e fuori luogo (... tanta morbosità non prelude a niente di buonio...).

Ecco, questo se il film lo racconti.

Ma se lo vedi - e qui sta la sua grandezza - condanne del genere si sciolgono come neve al sole: chi ha mentito lo ha fatto straziato da un conflitto interiore nobile e mai risolto, esattamente come chi prova certi sentimenti con un' intensità fuori moda che ripugnerebbero e alzerebbero l' indignazione del lettore medio di Vanity Fair.