Finalmente abbiamo visto Gattaca: in un futuro futuribile, la fonte d' informazione primaria - soprattutto nei colloqui di lavoro - sono i test genetici; senonchè, anche quel settore è infestato da truffe. La corrotta natura umana arriva ovunque: fatta la legge trovato l' inganno.
Stando al film, la genetica sarebbe un buon viatico verso intollerabili discriminazioni. Gli uomini vengono divisi tra validi e non-validi.
Purtroppo non si tiene conto di un elementare considerazione: lo stereotipo della genetica, molto semplicemente, si sostituirebbe agli stereotibi che usiamo già oggi (razza, sesso...). Con un pregio: sarebbe più accurato.
Nulla ci viene mostrato circa il fatto che la disponibilità di una simile preziosa fonte di informazioni, consentirebbe il superamento di stereotipi più rozzi ma non meno indispensabili.
In combutta con la libertà contrattuale, eliminerebbe o ridurrebbe al minimo le inefficienze da asimmetria informativa e statistical discrimination.
Questo portato liberatorio sfugge al film che preferisce concentrarsi su altro.
Una pecca a cui ne aggiungo altre tre:
1. le truffe sono abbastanza inverosimili; Per chi resta chiuso ed impaurito verso questo futuro a tinte fosche, è un' illusoria consolazione pensare di trovare un alleato nelle truffe. Un po' come chi pensava che l' espansione della rete telematica fosse stoppata dal proliferare dei virus. Hai voglia...
2. il protagonista, un "non valido", sembra il più determinato di tutti (sogna il suo sogno molto più intensamente degli altri): strano visto che la "determinazione" è uno dei tratti caratteriali dove la genetica ha più da dirci.
3. il credente, per quanto dipinto con simpatia, risulta poco più di un oscurantista che agisce in dispregio della ragione.
Ma il film ha soprattutto un merito che è tipico dei film americani: ci cala nell' ambiente ideale per riflettere in modo proficuo sulle sue eventuali pecche. Ci si dissocia, forse, ma si esce senz' altro edificati.
***
Nel video: nasce un bambino di dio, uno che poi da grande dovrà "rifarsi il trucco" ogni volta che va al lavoro.
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venerdì 11 febbraio 2011
giovedì 25 novembre 2010
Dietro il politicamente corretto
Cosa nasconde il timore di dire "negro"? Cosa nasconde la pulsione verso il politicamente corretto?
Secondo me una diffidenza nei confronti della libertà. Ma vediamo meglio qualche argomento.
L' intellettuale politically correct, un cultore del linguaggio, vorrebbe cambiare il mondo cambiando le parole.
Vasto programma! Ma non così assurdo come potrebbe sembrare.
Affinchè sia efficiente, è necessario poter usare il linguaggio senza pensarci su troppo e chi sa piazzare strategicamente le sue trappole linguistiche puo' riscuotere una rendita considerevole, almeno nel breve periodo.
La mia critica non riguarda tanto il progetto in sé, quanto il fatto che chi lo propugna, ovvero il progressista che vive di parole, lo fa poichè esclude vie alternative molto più comode ed efficienti: quelle che fanno affidamento sui soggetti coinvolti.
È già tempo di esempi.
Ipotizzate che in una popolazione esistano solo individui "gialli" ed individui "rossi".
I primi, diversamente dai secondi, hanno una tendenza più marcata a delinquere. Non m' interessa ora il motivo alla base di questa tendenza, diciamo che si tratta di "motivazioni culturali".
Se questi sono fatti oggettivi, ben presto i membri della comunità svilupperanno un comportamento conseguenziale, e tutto ciò a prescindere dal loro "colore".
Per esempio, se un cittadino si troverà ad attraversare un quartiere "giallo", lo farà in tutta fretta e stando ben attento all' incolumità personale. Attenzione e velocità caleranno transitando per i quartieri "rossi".
Una sorta di discriminazione comicia ad operare inesorabilmente. La stessa parola "giallo" assume una non gratuita connotazione negativa.
Esempio: a parità di tutto il resto, in un colloquio di lavoro, il rosso sarà preferito al giallo. Ci sono più probabilità che il giallo sia disonesto.
Questo fatto danneggia i "gialli onesti". Come tutelarli?
Una soluzione ottimale del problema richiede di sfruttare la libertà contrattuale: il "giallo", a parità di tutto il resto, dovrà offrire maggiori garanzie al datore di lavoro. Ai "gialli onesti" la cosa non costerà granché.
Riprendendo l' esempio un po' forte ma chiaro fatto altrove: alla donna in carriera che non vuole figli costa poco firmare l' impegno a non averne.
Ma il progressista s' indispettisce pensando alla via contrattuale, nutre una diffidenza di fondo nei confronti della libertà.
Crede però nel potere delle parole e si chiede allora a questo punto se una perversione del linguaggio possa tornare utile.
E se il "giallo" anzichè "giallo" lo chiamassi "limoncino"? Riferirsi ad un "giallo" chiamandolo "limoncino" equivale a mettergli una maschera che ostacola la discriminazione.
Ammettiamo che lo stratagemma funzioni, avrà risolto il problema?
No, ha solo spostato i costi dai "gialli onesti" all' intera comunità privandola di un linguaggio efficiente.
Ora, i membri della comunità non dispongono più di uno strumento utile per fare scelte informate. Ma il progressista non sembra molto interessato a questo genere di argomenti: d' accordo, si sta male come prima, ma si sta male tutti. Il problema per lui può dirsi risolto.
Ma se il progressista politically correct accettasse alla lettera una descrizione come quella che ho appena fatto, non dormirebbe più la notte tormentato dai sensi di colpa. Lui, il cultore delle parole, ridotto a perorare il loro "taroccamento".
Ecco allora come si salva in corner: la gente è disinformata e ritoccare il linguaggio serve per compensare questa lacuna levando di mezzo le "connotazioni negative" che non hanno motivo di esistere visto che non rispecchiano la realtà.
A questo punto delle due una: o nel caso concreto le "connotazioni negative" sono giustificate, allora la ripulitura del linguaggio resta un taroccamento; oppure la discriminazione a favore dei "rossi" è ingiustificata, e allora la pulizia linguistica è inutile.
E' molto costoso stabilire se ci troviamo nella prima o nella seconda situazione. Fortunatamente non è necessario distinguere visto che la soluzione è sempre la stessa: libertà contrattuale.
Perchè infatti dicevo che il "politically correct" nel migliore dei casi è comunque inutile? Perchè anche in quel caso pensa a tutto la libertà contrattuale, quella cosa per cui chi è affetto da pregiudizi se li paga cari: chi non affitta ai neri farà magri affari, chi non assume asiatici per principio sarà mangiato dalla concorrenza. Eccetera. In questo modo i "disinformati" si "informano" sulla loro pelle, il modo migliore per farlo.
Ma il progressista parolaio, come già detto, non si fida della libertà e, prima di passare alla violenza autoritaria - bontà sua, non gli resta che provarci con i giochi di parole.
Secondo me una diffidenza nei confronti della libertà. Ma vediamo meglio qualche argomento.
L' intellettuale politically correct, un cultore del linguaggio, vorrebbe cambiare il mondo cambiando le parole.
Vasto programma! Ma non così assurdo come potrebbe sembrare.
Affinchè sia efficiente, è necessario poter usare il linguaggio senza pensarci su troppo e chi sa piazzare strategicamente le sue trappole linguistiche puo' riscuotere una rendita considerevole, almeno nel breve periodo.
La mia critica non riguarda tanto il progetto in sé, quanto il fatto che chi lo propugna, ovvero il progressista che vive di parole, lo fa poichè esclude vie alternative molto più comode ed efficienti: quelle che fanno affidamento sui soggetti coinvolti.
È già tempo di esempi.
Ipotizzate che in una popolazione esistano solo individui "gialli" ed individui "rossi".
I primi, diversamente dai secondi, hanno una tendenza più marcata a delinquere. Non m' interessa ora il motivo alla base di questa tendenza, diciamo che si tratta di "motivazioni culturali".
Se questi sono fatti oggettivi, ben presto i membri della comunità svilupperanno un comportamento conseguenziale, e tutto ciò a prescindere dal loro "colore".
Per esempio, se un cittadino si troverà ad attraversare un quartiere "giallo", lo farà in tutta fretta e stando ben attento all' incolumità personale. Attenzione e velocità caleranno transitando per i quartieri "rossi".
Una sorta di discriminazione comicia ad operare inesorabilmente. La stessa parola "giallo" assume una non gratuita connotazione negativa.
Esempio: a parità di tutto il resto, in un colloquio di lavoro, il rosso sarà preferito al giallo. Ci sono più probabilità che il giallo sia disonesto.
Questo fatto danneggia i "gialli onesti". Come tutelarli?
Una soluzione ottimale del problema richiede di sfruttare la libertà contrattuale: il "giallo", a parità di tutto il resto, dovrà offrire maggiori garanzie al datore di lavoro. Ai "gialli onesti" la cosa non costerà granché.
Riprendendo l' esempio un po' forte ma chiaro fatto altrove: alla donna in carriera che non vuole figli costa poco firmare l' impegno a non averne.
Ma il progressista s' indispettisce pensando alla via contrattuale, nutre una diffidenza di fondo nei confronti della libertà.
Crede però nel potere delle parole e si chiede allora a questo punto se una perversione del linguaggio possa tornare utile.
E se il "giallo" anzichè "giallo" lo chiamassi "limoncino"? Riferirsi ad un "giallo" chiamandolo "limoncino" equivale a mettergli una maschera che ostacola la discriminazione.
Ammettiamo che lo stratagemma funzioni, avrà risolto il problema?
No, ha solo spostato i costi dai "gialli onesti" all' intera comunità privandola di un linguaggio efficiente.
Ora, i membri della comunità non dispongono più di uno strumento utile per fare scelte informate. Ma il progressista non sembra molto interessato a questo genere di argomenti: d' accordo, si sta male come prima, ma si sta male tutti. Il problema per lui può dirsi risolto.
Ma se il progressista politically correct accettasse alla lettera una descrizione come quella che ho appena fatto, non dormirebbe più la notte tormentato dai sensi di colpa. Lui, il cultore delle parole, ridotto a perorare il loro "taroccamento".
Ecco allora come si salva in corner: la gente è disinformata e ritoccare il linguaggio serve per compensare questa lacuna levando di mezzo le "connotazioni negative" che non hanno motivo di esistere visto che non rispecchiano la realtà.
A questo punto delle due una: o nel caso concreto le "connotazioni negative" sono giustificate, allora la ripulitura del linguaggio resta un taroccamento; oppure la discriminazione a favore dei "rossi" è ingiustificata, e allora la pulizia linguistica è inutile.
E' molto costoso stabilire se ci troviamo nella prima o nella seconda situazione. Fortunatamente non è necessario distinguere visto che la soluzione è sempre la stessa: libertà contrattuale.
Perchè infatti dicevo che il "politically correct" nel migliore dei casi è comunque inutile? Perchè anche in quel caso pensa a tutto la libertà contrattuale, quella cosa per cui chi è affetto da pregiudizi se li paga cari: chi non affitta ai neri farà magri affari, chi non assume asiatici per principio sarà mangiato dalla concorrenza. Eccetera. In questo modo i "disinformati" si "informano" sulla loro pelle, il modo migliore per farlo.
Ma il progressista parolaio, come già detto, non si fida della libertà e, prima di passare alla violenza autoritaria - bontà sua, non gli resta che provarci con i giochi di parole.
mercoledì 10 novembre 2010
Capire il sessismo razionale
Sul mercato del lavoro molti denunciano pratiche di "sessismo" (razionale) che danneggerebbero le donne.
Queste denunce, per quanto plausibili, sono puntualmente reticenti.
Non si spiega, e magari non si comprende nemmeno, cosa sia il "sessismo razionale".
Facciamo un caso specifico: poichè il datore di lavoro sa che la candidata donna al posto potrebbe avere nel prossimo futuro dei bambini, è meno disposto all' assunzione. Come biasimarlo, mica possiamo chiedergli di essere Babbo Natale!
Senonchè la donna media, proprio perchè a conoscenza di queste difficoltà, rinuncia ad impegnarsi a fondo in ambito lavorativo creando un circolo vizioso: tanto più il datore discrimina senza pregiudizi, quanto meno le donne investono nel mondo del lavoro
E' un caso classico di "statistical discrimination" o "sessismo razionale": tutti si comportano in modo razionale ma "le donne" ci lasciano le penne.
Peccato che molti pensino al "sessismo razionale" come a qualcosa che contrappone i due generi sessuali: donne contro uomini. Sbagliato! Il "sessismo razionale" contrappone donne a donne. La battaglia da condurre è limitata all' interno del gruppo discriminato.
Per capirlo ancora meglio vediamo come si sbaragliano gli inconvenienti del "sessismo" nel caso appena profilato.
Semplice, basta prevedere contratti in cui la candidata si impegni a non avere figli (oggi vietati per legge!).
Una soluzione del genere avvantaggia le "donne" in generale? No, avvantaggia solo le donne orientate seriamente a lavorare duro e alla carriera, le altre donne invece non solo non migliorano la loro condizione ma addirittura la peggiorano.
E guardacaso è cio' che dicevamo: le pratiche di "sessismo razionale" fanno in modo che la battaglia reale sia all' interno del gruppo discriminato e non tra gruppo discriminato e gruppo discriminante.
Una battaglia del genere presenterebbe due fronti: nel primo le donne che investono sul lavoro, nel secondo le altre. Chissà perchè chi si interessa di "sessismo" è a dir poco terrorizzato da un simile schieramento. Costui sogna ancora una bella guerra tra "generi", anche laddove una contrapposizione simile avrebbe veramente poco senso.
La flessibilità contrattuale è un ottimo strumento contro ogni genere di "razzismo razionale" (che per me non puo' nemmeno definirsi "razzismo"). Una soluzione quasi sempre omessa nelle analisi che leggerete. In questo campo il vizietto della reticenza per "correttezza politica" imperversa.
Queste denunce, per quanto plausibili, sono puntualmente reticenti.
Non si spiega, e magari non si comprende nemmeno, cosa sia il "sessismo razionale".
Facciamo un caso specifico: poichè il datore di lavoro sa che la candidata donna al posto potrebbe avere nel prossimo futuro dei bambini, è meno disposto all' assunzione. Come biasimarlo, mica possiamo chiedergli di essere Babbo Natale!
Senonchè la donna media, proprio perchè a conoscenza di queste difficoltà, rinuncia ad impegnarsi a fondo in ambito lavorativo creando un circolo vizioso: tanto più il datore discrimina senza pregiudizi, quanto meno le donne investono nel mondo del lavoro
E' un caso classico di "statistical discrimination" o "sessismo razionale": tutti si comportano in modo razionale ma "le donne" ci lasciano le penne.
Peccato che molti pensino al "sessismo razionale" come a qualcosa che contrappone i due generi sessuali: donne contro uomini. Sbagliato! Il "sessismo razionale" contrappone donne a donne. La battaglia da condurre è limitata all' interno del gruppo discriminato.
Per capirlo ancora meglio vediamo come si sbaragliano gli inconvenienti del "sessismo" nel caso appena profilato.
Semplice, basta prevedere contratti in cui la candidata si impegni a non avere figli (oggi vietati per legge!).
Una soluzione del genere avvantaggia le "donne" in generale? No, avvantaggia solo le donne orientate seriamente a lavorare duro e alla carriera, le altre donne invece non solo non migliorano la loro condizione ma addirittura la peggiorano.
E guardacaso è cio' che dicevamo: le pratiche di "sessismo razionale" fanno in modo che la battaglia reale sia all' interno del gruppo discriminato e non tra gruppo discriminato e gruppo discriminante.
Una battaglia del genere presenterebbe due fronti: nel primo le donne che investono sul lavoro, nel secondo le altre. Chissà perchè chi si interessa di "sessismo" è a dir poco terrorizzato da un simile schieramento. Costui sogna ancora una bella guerra tra "generi", anche laddove una contrapposizione simile avrebbe veramente poco senso.
La flessibilità contrattuale è un ottimo strumento contro ogni genere di "razzismo razionale" (che per me non puo' nemmeno definirsi "razzismo"). Una soluzione quasi sempre omessa nelle analisi che leggerete. In questo campo il vizietto della reticenza per "correttezza politica" imperversa.
sabato 11 settembre 2010
Il dilemma della neo femminista
Le forme (corporee) delle scrittrici sembrano sollevare problemi parecchio sentiti. Chi le apprezza è sottoposto al fuoco di critiche puntute (vedi Vespa).
Non manca chi per "intrattenere" la butta sull' invidia (... io non ne posso più delle brutte che difendono le belle, delle devastate in amore che mettono in guardia le donne corteggiate cercando di impedire a loro di provare a vivere un sentimento, di lesbiche represse...) , ma spiegano poco.
Il fronte più attivo comunque è, come dicevo, quello dei contestatori.
Tra costoro, alcuni ne fanno una questione di gusto, ma qui l' interesse scema visto che de gustibus non est disputandum.
Altri, più raffinati, con le loro denunce hanno in mente di partecipare ad una "strategia di liberazione del corpo femminile".
Anche il neo-femminismo ha paura però d' imparentarsi con l' insopportabile vetero-femminismo. Ecco allora che nel tentativo di edulcorare gli schemi concettuali che ha ricevuto in eredità, parla molto più semplicemente di "stereotipi" dannosi per la donna e da combattere.
Ma così facendo rischia d' imboccare un vicolo cieco.
Sono stato in libreria e ho potuto sfogliare i libri di Loredana Lipperini, sono un lungo elenco di stereotipi che danneggiano la donna. Una malapianta da sradicare. Ma come?
Approfondiamo il concetto di "stereotipo".
Gli economisti traducono il concetto di "stereotipo" nel concetto di "statistical discrimination"; cerco di chiarire quest' ultimo con un esempio.
Vorrei diventare amico di Giovanni e cerco qualcosa per attrarre la sua attenzione, so che è indaffaratissimo e ha poco tempo da dedicarmi, siamo in molti ad ambire un legame con lui.
Riesco ad avere un piccolo contatto nel quale fa giusto in tempo a chiedermi da dove vengo. Saputo che vengo da Varese fa una smorfia e se ne va, il tempo è scaduto.
Giovanni andandosene pensa: "Varese... sarà un leghista e io odio quel genere di persone... eviterò di perdere altro tempo con questo varesino, meglio piuttosto insistere con quel perugino che ho incontrato ieri...".
Giovanni ha sbagliato il suo giudizio e per colpa dei suoi stereotipi io ne ricevo un danno, il mio sogno va in frantumi.
Nondimeno Giovanni ha agito razionalmente: che ne sa lui di me, che ne sa del mio "concorrente" perugino? Nulla. Dovendo decidere opta per il perugino, ci sono meno probabilità di incontrare uno zotico leghista, la cosa che Giovanni vuole evitare innanzitutto.
Mi sento come se avessi subito un' ingiustizia: io non sono affatto leghista! Me se c' è un' ingiustizia, allora c' è anche un colpevole. Cerco qualcuno su cui riversare la colpa.
1. Non posso darla a Giovanni, lui in fondo ha agito razionalmente. Come posso accusare chi agisce razionalmente? Anch' io avrei fatto come lui.
2. Forse dovrei accusare i leghisti varesini, è il loro numero eccessivo ad inficiare il giudizio di Giovanni. Ma come faccio ad accusare una persona per il semplice fatto di avere un' idea? Evidentemente è impossibile.
Nessun colpevole, nessuna ingiustizia, solo un triste destino da accettare.
Gli stereotipi sono dunque portatori di un triste destino da accettare.
Ma il neo femminismo, nel momento in cui si accanisce contro gli stereotipi, ritiene che la donna sia vittima di ingiustizie o di un triste destino?
Come si lotta contro uno stereotipo dal momento che non ci sono colpevoli?
Non posso "lottare" contro Giovanni: lui risponde correttamente agli incentivi che incontra.
Non posso lottare contro gli uomini: loro giudicano (anche) i corpi visto che in genere le donne desiderano e cercano (anche) un giudizio sui loro corpi.
Non posso lottare contro i "leghisti varesini": hanno una loro idea e "de gustibus...".
Non posso lottare contro quelle che giudico "troiette": se amano esibire i loro corpi e cercare un consenso... "de gustibus...".
Che senso avrebbero queste lotte: i gusti degli altri vanno rispettati e così pure chi coltiva i propri interessi nel rispetto altrui.
Ma la neo femminista piuttosto che rinunciare alla lotta preferisce a questo punto recuperare alcuni strumenti "vetero" grondanti di marxismo, roba che avrebbe lasciato volentieri da parte.
Eccola allora attaccare il "maschio" che dà a certe donne cio' che in fondo loro chiedono. In realtà sta custodendo i suoi privilegi.
Questo attacco ha il pregio di identificare un nemico ben preciso ("il maschio") e di mantenere la lotta in termini di "lotta di classe" (maschi contro femmine), detto in altri termini viene salvaguardata la "sorellanza" tra donne. L' aspetto "complottistico" poi affascina sempre.
In altri casi la neo-femminista attinge al repertorio concettuale "vetero" per contrarre prestiti di natura differente, in particolare piace riesumare il concetto di "falsa coscienza": le donne desiderano cio' che in realtà non desiderano... e noi, le illuminate, dobbiamo farglielo sapere.
Probabilmente non ci sono altre vie nella lotta allo stereotipo razionale, di sicuro per una mentalità liberale queste vie sono mulattiere piene di rovi e in genere preferisce evitare escursioni da quelle parti.
Non manca chi per "intrattenere" la butta sull' invidia (... io non ne posso più delle brutte che difendono le belle, delle devastate in amore che mettono in guardia le donne corteggiate cercando di impedire a loro di provare a vivere un sentimento, di lesbiche represse...) , ma spiegano poco.
Il fronte più attivo comunque è, come dicevo, quello dei contestatori.
Tra costoro, alcuni ne fanno una questione di gusto, ma qui l' interesse scema visto che de gustibus non est disputandum.
Altri, più raffinati, con le loro denunce hanno in mente di partecipare ad una "strategia di liberazione del corpo femminile".
Anche il neo-femminismo ha paura però d' imparentarsi con l' insopportabile vetero-femminismo. Ecco allora che nel tentativo di edulcorare gli schemi concettuali che ha ricevuto in eredità, parla molto più semplicemente di "stereotipi" dannosi per la donna e da combattere.
Ma così facendo rischia d' imboccare un vicolo cieco.
Sono stato in libreria e ho potuto sfogliare i libri di Loredana Lipperini, sono un lungo elenco di stereotipi che danneggiano la donna. Una malapianta da sradicare. Ma come?
Approfondiamo il concetto di "stereotipo".
Gli economisti traducono il concetto di "stereotipo" nel concetto di "statistical discrimination"; cerco di chiarire quest' ultimo con un esempio.
Vorrei diventare amico di Giovanni e cerco qualcosa per attrarre la sua attenzione, so che è indaffaratissimo e ha poco tempo da dedicarmi, siamo in molti ad ambire un legame con lui.
Riesco ad avere un piccolo contatto nel quale fa giusto in tempo a chiedermi da dove vengo. Saputo che vengo da Varese fa una smorfia e se ne va, il tempo è scaduto.
Giovanni andandosene pensa: "Varese... sarà un leghista e io odio quel genere di persone... eviterò di perdere altro tempo con questo varesino, meglio piuttosto insistere con quel perugino che ho incontrato ieri...".
Giovanni ha sbagliato il suo giudizio e per colpa dei suoi stereotipi io ne ricevo un danno, il mio sogno va in frantumi.
Nondimeno Giovanni ha agito razionalmente: che ne sa lui di me, che ne sa del mio "concorrente" perugino? Nulla. Dovendo decidere opta per il perugino, ci sono meno probabilità di incontrare uno zotico leghista, la cosa che Giovanni vuole evitare innanzitutto.
Mi sento come se avessi subito un' ingiustizia: io non sono affatto leghista! Me se c' è un' ingiustizia, allora c' è anche un colpevole. Cerco qualcuno su cui riversare la colpa.
1. Non posso darla a Giovanni, lui in fondo ha agito razionalmente. Come posso accusare chi agisce razionalmente? Anch' io avrei fatto come lui.
2. Forse dovrei accusare i leghisti varesini, è il loro numero eccessivo ad inficiare il giudizio di Giovanni. Ma come faccio ad accusare una persona per il semplice fatto di avere un' idea? Evidentemente è impossibile.
Nessun colpevole, nessuna ingiustizia, solo un triste destino da accettare.
Gli stereotipi sono dunque portatori di un triste destino da accettare.
Ma il neo femminismo, nel momento in cui si accanisce contro gli stereotipi, ritiene che la donna sia vittima di ingiustizie o di un triste destino?
Come si lotta contro uno stereotipo dal momento che non ci sono colpevoli?
Non posso "lottare" contro Giovanni: lui risponde correttamente agli incentivi che incontra.
Non posso lottare contro gli uomini: loro giudicano (anche) i corpi visto che in genere le donne desiderano e cercano (anche) un giudizio sui loro corpi.
Non posso lottare contro i "leghisti varesini": hanno una loro idea e "de gustibus...".
Non posso lottare contro quelle che giudico "troiette": se amano esibire i loro corpi e cercare un consenso... "de gustibus...".
Che senso avrebbero queste lotte: i gusti degli altri vanno rispettati e così pure chi coltiva i propri interessi nel rispetto altrui.
Ma la neo femminista piuttosto che rinunciare alla lotta preferisce a questo punto recuperare alcuni strumenti "vetero" grondanti di marxismo, roba che avrebbe lasciato volentieri da parte.
Eccola allora attaccare il "maschio" che dà a certe donne cio' che in fondo loro chiedono. In realtà sta custodendo i suoi privilegi.
Questo attacco ha il pregio di identificare un nemico ben preciso ("il maschio") e di mantenere la lotta in termini di "lotta di classe" (maschi contro femmine), detto in altri termini viene salvaguardata la "sorellanza" tra donne. L' aspetto "complottistico" poi affascina sempre.
In altri casi la neo-femminista attinge al repertorio concettuale "vetero" per contrarre prestiti di natura differente, in particolare piace riesumare il concetto di "falsa coscienza": le donne desiderano cio' che in realtà non desiderano... e noi, le illuminate, dobbiamo farglielo sapere.
Probabilmente non ci sono altre vie nella lotta allo stereotipo razionale, di sicuro per una mentalità liberale queste vie sono mulattiere piene di rovi e in genere preferisce evitare escursioni da quelle parti.
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