venerdì 14 gennaio 2011

Esperienze mistiche


Prendo spunto da questo articolo di Dacia Maraini, dove si fa un parallelo tra sete di spiritualità e anoressia e mi chiedo: ma è proprio vero?

Settimana scorsa eravamo a Siena e abbiamo alloggiato nell'albergo contiguo al santuario - casa di Santa Caterina. In un ristorante situato poco fuori l'albergo abbiamo avuto come vicine di tavolo due giovani suore americane colleghe, in quanto domenicane, di Santa Caterina.

Beh, si sono sbafate allegramente il loro abbondante piatto di pici al formaggio e altro, il tutto innaffiato con una buona bottiglia di chianti. Al termine della cena, dopo essersi fatte aiutare dal cameriere a indossare i rispettivi soprabiti, sono tornate alla casa santuario, e non avevano certo l'aria di quelle avviate a una autoflagellazione vomitoria. Anzi, la soddisfazione per l'italico cibo e per la serata era evidente.

L' economia, una scienza a cavallo

L' economia è una scienza?

Probabilmente sì, ma bisogna guardare alla biologia più che alla fisica.

By biology, I do not mean the study of the human cell, which we have made a great deal of progress understanding though there is more to learn. I am thinking of biology in the sense of an ecosystem where competition and emergent order create a complex interaction of organisms and their environment. That sounds a lot like economics and of course it is. But we would never ask of biologists what the public and media ask of economists. We do not expect a biologist to forecast how many squirrels will be alive in ten years if we increase the number of trees in the United States by 20%. A biologist would laugh at you. But that is what people ask of economists all the time. Economists should be honest and say that the tasks they are often asked to do are outside the scope of economics as we know it and perhaps outside the scope of economics as it will ever be known

http://cafehayek.com/2011/01/what-is-economics-good-for.html

Puo' essere utile a questo punto vagliare la distinzione tra problemi complessi e problemi complicati.

We treat complex things as if they were merely complicated... distinguished between complicated systems, which can be modeled mathematically, and complex systems, for which there is no mathematical model which can say, if X is the situation then do Y. Sustainability, healthy communities, raising families have all been given as examples of such complex systems and processes. Peacebuilding would be another, women's empowerment, natural resource management, capacity building initiatives, innovation systems, the list goes on and on. Complexity science pulls back the curtain on these processes and it can force you to think about the world you live in in a different way.

http://denniswhittle.blogspot.com/2011/01/ben-ramalingam-on-complexity-and-aid.html

Direi che un problema è complicato quando è sensato dedicarsi ad approntare una soluzione, quando cioè in teoria basta una mente (dotata di un modello). Magari una mente con forte potenza di calcolo, un super pc.

La soluzione di un problema complesso (esempio: come costruire una matita e renderla disponibile quando serve) è invece casuale ed implica l' intervento di una moltitudine di menti.

Il guaio dei problemi economici è che probabilmente sono a cavallo della mobile soglia tra complicato e complesso. Per i primi ha senso elaborare un modello, per i secondi ha senso solo seguire un indirizzo: decentrare le decisioni e moltiplicare le menti in campo.

giovedì 13 gennaio 2011

Mobilità sociale e pari opportunità

C' è chi opina che la mobilità sociale negli USA sia bassa e che occorre una maggiore uguaglianza di opportunità. Calma e gesso.

Facendo quattro conti si nota che il reddito dei figli è molto più sganciato dal reddito dei genitori rispetto a quanto lo sia l' IQ. E l' IQ, almeno negli USA, conta parecchio nella produzione di quel reddito!

... the percentage of variance of son's income explained by father's income--that is, R-squared--is only 0.25. This last number is sometimes called the "heritability" of a characteristic. By contrast, the heritability of IQ is usually estimated to be much larger than that. At least some of the heritability of income must come not from inequality of opportunity but from the genetic transmission of talent... in light of the heritability of talent, it would be shocking if we did not find some significant heritability of income. And that would be true even if equality of opportunity were perfect...

Insomma, il grado di immobilità sociale è ben spiegato dall' IQ, negli USA più che in Europa.

A proposito di confronti, i confronti vanno poi fatti bene.

... the study cited above points out that economic mobility is greater in some European countries. That fact does not surprise me, as those are nations with less inequality. Moving up and down a short ladder is a lot easier than moving up and down a tall one...

http://gregmankiw.blogspot.com/2011/01/half-full-glass-of-economic-mobility.html

Insomma, la notizia che "alcuni paesi europei hanno maggiore mobilità sociale rispetto agli USA" è una buona notizia solo per gli europei invidiosi e non per gli europei poveri che aspirano ad incrementare il loro reddito in modo consistente.

mercoledì 12 gennaio 2011

Il comandamento mai scritto

Nel corso delle vacanze mi sono fatto raccontare due storie: "L' imperatore di Portugallia", da Selma Lagerlof e "La strada", da Corman McCarthy.

Il primo libro spiega bene perchè il cuore inerte di un uomo cominci a battere solo quando nasce il suo bambino.

Il secondo spiega mirabilmente perchè non potrà mai arrestarsi finchè accanto a sè batterà il cuore del suo bambino.

Entrambe le storie sono potenti rappresentazioni di un comandamento mai scritto: "onora il figlio".

Selma attinge acqua di superficie, ama i ruscelletti baldanzosi, Corman estrae da pozzi artesiani, ama il profondo. La maestrina è abitualmente impegnata in saghe popolate da arzilli troll, l' introverso è sempre in compagnia di cowboy che cenano con la pistola a fare da coperto.

Questa volta i due sono alle prese con dei Padri. Si tratta di Padri di fronte a cose che non si possono riaggiustare.

Jan Andersson di Skroljcka onora sua figlia dedicandole la sua pazzia da Re Lear. Un sorprendente tramite attraverso cui riuscirà nell' impresa di amarla aggirando l' indegnità di lei.

Jan Andersson di Skroljka onora la figlia sottraendo senso ad una vicenda che ne ha uno spiacevole e fin troppo evidente a tutti. Novello logoteta, s' inventa un nuovo codice amoroso pur di non smettere, sebbene respinto, di dichiararsi innamorato. Non è matto, dicono di lui, è il Signore che gli ha solo fatto dono di uno schermo affinchè non veda cio' che non sopporterebbe di vedere.

Gli eroi di McCarthy sono messi anche peggio, camminano in un mondo razziato e dormono per la strada come le vittime di incidenti, oppure se ne stanno fermi sotto la pioggia come animali da fattoria.

Il Padre onora il Figlio rispondendo alle sue domande. Il bambino puo' contare su questo muro monosillabico contro cui rimbalzerà ogni pallina che scaglia, senza che nessuna vada persa.

"Buono", "cattivo", "male", "bene", "procediamo verso il mare", "sono successe tante brutte cose ma noi siamo qui"... si tratta di sintesi scarne solo nell' era pre-apocalittica. Dopo l' apocalisse la giusta deferenza al Bambino puo' dirsi realizzata anche rispondendo con un semplice ma sonoro "non lo so".

L' Uomo di McCarthy, insomma, onora il Bambino con il suo coraggio di alzarsi la mattina in un mondo ammazzatosi senza far testamento, lo onora con la sua pompa scassata che cerca di iniettare senso in un pianeta necrotizzato che con una torsione tellurica si vuole scrollare di dosso ogni senso.

Klara Gulla fa la troietta in città e Jan fa di tutto per non vederlo "ricostruendosi su misura il reale" tramite le spiegazioni visionarie che gli consente una follia sofisticata. Come da copione nella tradizione mistica del nord, recentemente rinvigorita dal Lars Von Trier, il più scemo avrà ragione cominciano a distribuire miracoli un po' ovunqe e noi intelligentoni iper-scolarizzati resteremo con un palmo di naso.

I macilenti eroi di Mccarthy, lerci nella loro diarrea, percorrono la strada di un Golgota in discesa (verso il mare), incontrano feti anneriti sullo spiedo e il Padre è chiamato a darne conto ricorrendo a spiegazioni primordiali che la lucidità rende ineludibili, sviluppando nel figlio un vivido anelito verso quel poco che neanche la morte puo' disfare, facendo di ogni vita scampata alla cenere un radioso tabernacolo immerso nella desolazione.

Sia il resoconto primordiale del Padre che quello visionario di Jan hanno un che di perverso e nevrotico, come quando qualcuno perde qualcosa e si mette a cercarla nei posti più impensati.

Alla fine un po' si capisce perchè il comandamento "onora il figlio" non è stato mai promulgato: l' amore per i figli non è una buona metafora del "dovere", è piuttosto una buona metafora della "garanzia".

Una sfolgorante stramberia ed un' immersione nel glaucoma, due racconti diversissimi, entrambi ad alta temperatura religiosa, entrambi deturpati dai difetti che ammorbano il genere: finale edificante per la svedese, troppa voglia di atmosfere umbratili per l' americano.

Se poi proprio devo assegnare la palma, scelgo Selma: occulta meglio le allegorie.

Una prosa lineare le consente di far sparire ogni ingorgo di pensiero retrostante. Nell' altro il cogito e l' allegoria incombono, proprio come quei fastidiosi tuoni che non smettono mai di rotolare dietro il cielo cinerino.

Pleonasmi sospetti

Ripropongo un paradigmatico passaggio attribuibile ad un paradigmatico intellettuale di sinistra che riflette in modo paradigmatico sulla globalizzazione (il fantasma di Marchionne aleggia). In questa sede, si sarà capito, mi interessa solo cio' che l' uscita ha di paradigmatico.

"... dobbiamo forse rassegnarci alla supremazia della logica economica... o vi sono altre strade da percorrere, magari quella dei diritti?...".

Domanda impertinente: perchè in questi casi quella voglia irrefrenabile di aggettivare la logica definendola "logica economica"?

In sè non c' è nulla di sbagliato ma io sospetto che il pleonasma non sia innocente.

Sembra quasi si voglia far balenare l' illusione che esistano "logiche" alternative, magari, che ne so, si finge l' allusione ad una fantomatica "logica dei diritti". E' anche comprensibile questo istinto: allearsi con la "logica" fa sentire più forti e infonde coraggio nelle battaglie. una volta andava di moda il "Dio è con noi", oggi ci suona meglio il motto "la Logica è con noi".

La "logica economica" in realtà non è altro che la logica avalutativa quando consideriamo l' azione umana. Punto.

Questi pleonasmi ricorrono di frequente. Recentemente, per fare un caso limite, in uno scambio di opinioni, il mio interlocutore di punto in bianco mi chiedeva: "ma tu per razionalità cosa intendi? Forse la razionalità economica?

C' è solo un' alternativa alla logica: l' etica, ed è proprio la via che vuole imboccare alla chetichella l' intellettuale paradigmatico.

Chi si oppone pubblicamente alla "supremazia della logica" puo' infatti farlo solo imbarcandosi in una crociata moralistica.

E dico non a caso "crociata moralistica", non morale.

La morale riguarda infatti gli individui ma, come da paradigma, l' intellettuale paradigmatico è interessato solo all' azione statale: informare quella azione a precetti morali significa avere come obiettivo l' imposizione generalizzata della propria visione morale. Tutto cio', se permettate, io lo chiamo "moralismo".

Qualcuno obietterà: "ma l' intellettuale paradigmatico parla di "diritti", parla di "globalizzazione dei diritti" non di etica". Il suo è un discorso meramente giuridico.

E qui veniamo alla seconda trappola linguistica.

In realtà il nostro eroe puo' occultare la crociata moralista che conduce sfruttando la pervicace azione revisionista che nel corso dell' ultimo secolo ha trasmutato radicalmente il concetto di "diritto". Chi puo' esplicitare la cosa meglio di un intellettuale non paradigmatico come Kenneth Minogue?:

"... se consideriamo la concezione primigenia di "diritto", mi riferisco a quella lockiana, ci accorgiamo che essa non era affatto elaborata con l' intento di attribuire benefici ad un determinato gruppo di persone. I diritti non erano altro che "regole del gioco" intese a governare il "gioco sociale". Cio' esprimeva una concezione ludica del mondo. La formulazione dei diritti era quindi astratta e prescindeva dalla tutela di interessi immediati. Nei secoli seguenti una rivoluzione linguistica fu approntata per stravolgere la semplicità del genuino approccio liberale: la mentalità egalitaria dei democratici intese il diritto come "beneficio" piuttosto che come "regola del gioco". Il diritto diveniva così un "beneficio" atto a rispondere a "bisogni" contingenti tramite la concessione di "privilegi" particolari. Ogni gioco ha infatti vincenti e perdenti, la sorte successiva di costoro dipendeva prima dall' etica personale degli individui coinvolti, non tanto dalle regole del gioco che si limitavano alla parte "giocosa" dell' esistenza. Ma se il diritto è ora inteso come strumentale al trasferimento di potere dai vincenti ai perdenti, allora eccolo invadere il campo etico... il diritto cessa di rivolgersi all' intera società per diventare qualcosa che riguarda seriamente solo i "deboli" visto che i "forti" possono affrontare i loro "bisogni" tramite il potere di cui godono: alla concezione ludica della vita si sostituisce una concezione moralistica e al giurista si sostituisce una sorta di intellettuale-prete... finchè l' egalitarismo raggiunto non sarà perfetto, ci saranno sempre "deboli" e "forti" e ci saranno sempre "diritti" da inventare per colmare questa distanza... la proliferazione dei diritti richiede un' autorità governativa con poteri sempre più estesi e sempre più alle prese con questioni morali... l' intellettuale-prete investe lo stato di soggettività morale esautorando in questo campo le persone...la "vita morale" degli individui si deteriora... i "diritti" inventati a raffica sono molto costosi e vanno finanziati dagli individui che vengono messi di fronte a "doveri" che non incutono più alcun "senso del dovere" (chi prova un autentico senso del dovere quando è chiamato a far fronte a certe aliquote impositive?)... tutto cio' finisce per degradare la moralità dei singoli... la crescente moralizzazione dei governi, per contro, fa nascere un nuovo e minaccioso stato etico alacremente impegnato nell' infinita crociata contro "diseguaglianza" e "discriminazione"..."

Se la concezione del "diritto" subisce la perversione sopra descritta, allora finisce per camuffare sostanzialmente un precetto etico. Come si vede i conti ora tornano: la paradigmatica istanza che sto considerando nasconde una crociata moralista, altro che "ragionamento giuridico"!

Veniamo ora all' ultimo passaggio della mia riflessione: perchè mai l' essere a capo di una crociata moralista dovrebbe essere imbarazzante, al punto di utilizzare questo armamentario di trucchi linguistici per far credere di essere impegnati in realtà in discorsi logici e/o giuridici?

Ma perchè l' intellettuale paradigmatico ha appena smesso ieri di stigmatizzare proprio la pratica di condurre crociate moraliste, ha appena finito di chiarire che lui è invece un laico aconfessionale. Magari nel fare questa solenne professione aveva nel mirino la Chiesa Cattolica (che non si vergogna certo della missione moralizzatrice a cui si sente chiamata) e le sue continue "interferenze" in ambito bioetico.

Per occultare il repentino voltafaccia senza far esplodere platealmente le contraddizioni tra l' articolo di ieri e l' articolo di oggi, l' ambiguità di espressioni come "logica economica" e "diritto" è quanto mai preziosa e va sfruttata senza remore.

p.s. ah, l' intellettuale è il sempre paradigmatissimo Stefano Rodotà e l' articolo pubblicato da Repubblica è stato posto alla mia attenzione dalla sempre stimolante Loredana Lipperini.

martedì 11 gennaio 2011

Pensare da ubriachi

Si procede "obliquamente"...

... come fanno certi crostacei, come fanno certi sogni, come fanno certe auto senza tergicristallo...

Coma fanno le canzoni di Thompson/Johanssons.

Canzoni in forma di "flusso di coscienza"...

... sono rignagnoli musicali che scorrono in pianura sottoposti al tormento di anse casuali, depotenziati dagli slarghi paludosi che rimpiangono la vigoria delle giovanili pendenze torrentizie.

Sboccano poi a fatica verso un mesto applauso, sfociano estenuate nel solito bicchierino.

Genealogia: Chet Baker.



Mayo Thopson / Sven Ake Johanssons - Shotgun Wedding.

lunedì 10 gennaio 2011

La vendetta riconsiderata

Cosa c' è che non va nella vendetta?

La risposta è difficile da reperire, forse anche perchè probabilmente non c'è.

E' un' impresa trovare cosa non vada nella "vendetta", almeno dal punto di vista sostanziale.

Il nostro senso di giustizia in fondo è ancorato alla logica del vendicatore.

Messa giù così ciascuno di noi è spinto a negare, ma ripensiamo per un attimo a film e telefilm che tanto ci appassionano: chi non ha tifato per il vendicatore?

Lo abbiamo fatto tutti e lo abbiamo fatto per appagare un nostro profondo senso di giustizia.

Tutto sto casino per dire che ieri ho rivisto "Il cavaliere della valle solitaria", è da sempre il mio western preferito, con un colpo da maestro il "vendicatore" Shane riporta spettacolarmente in parità i piatti della bilancia.

Western enfatico nei dialoghi ma stringato nella gestualità, comunque sempre consigliato, soprattutto a chi si attarda su una visione hobbesiana e stereotipata del far west.

La psicologia del ragazzino Joe, poi, è un modo efficace per accennare ai pericoli della vendetta: il "vendicatore" (Shane) rischia di assurgere ad eroe spiazzando il modello dell' uomo-lavoratore (il padre). L' eroe/giustiziere eclissa nella mente del fanciullo l' eroe/borghese. Joe è in bilico, ripudio e adozione sono per lui una sirena minacciosa.

Se la prevalenza dell' eroe-borghese non fosse emersa, gli Stati Uniti si sarebbero "africanizzati", se Joe avesse scelto Shane come padre, il "tribalismo" avrebbe fatto irruzione rimpiazzando il "pionierismo".

La fuga e il discorso finale di Shane a Joe mettono a posto le cose: "Joe, il vero eroe è tuo padre che coltiva i campi, alleva le vacche e costruisce chiesa e scuola per te, non certo io che con la mia estrazione rapida ti libero dal male contingente. Guarda a lui non a me, diventa come lui".

Dopodichè Shane se ne va per non sedurre la fragile mente, se ne va con le spalle alla camera e la fronte all' orizzonte, esattamente come mille magici cavalieri solitari e consapevoli prima e dopo di lui.

Prezioso il mestiere del boia, ma anche bisognoso di delicati equilibrismi.

Ecco, una vendetta senza la "Shane-postilla" potrebbe essere rischiosa per i molti Joe in cerca di un Padre.

Ottima occasione per rivedere la scena del duello finale (a proposito di "gestualità stringata"), una goduria in cui tifiamo senza remore per il vendicatore facendo baluginare la pupilla come e più di Joe. [Peccato solo per quella voce da schiavo impaurito che il doppiaggio rifila all' incolpevole Alan Ladd]