L' Italia è unita da 150 anni, intanto il macrosopico divario tra Nord e Sud arrovella da sempre gli intellettuali e li coinvolge in quella che è stata chiamata la "questione meridionale".
In genere si pensa che il divario ci sia sempre stato e che l' Unità d' Italia non sia stata in grado di colmarlo.
Errato.
Paolo Malanima e Vittorio Daniele, con un lavoro certosino di ricostruzione, testimoniano quanto sia scorretto pensare che al momento dell' Unità d' Italia il Sud fosse economicamente più arretrato del Nord. Il divario sarebbe interamente un portato della storia unitaria, qualcosa che non esisteva prima del 1861 e si sarebbe prodotto solo dopo.
Che belle le cerimoniose parole dei "celebranti", il Presidentone da dietro il "muro" delle sue medaglie metaforiche manda in sollucchero militari e patriottardi d' ogni risma.
Eppure anche i fatti mantengono un loro fascino discreto.
O no?
http://www.paolomalanima.it/default_file/Articles/Daniele_%20Malanima.pdf
martedì 28 dicembre 2010
lunedì 27 dicembre 2010
Il Profeta
Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa, che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose "missioni", che rafforzeranno il suo animo e che gli faranno meritare la fiducia del boss. Malik è una persona molto audace e non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto
Un film inquietante, innanzitutto per come descrive l' humus che contribuisce alla gemmazione di una mente criminale.
Gli ingredienti essenziali sembrano essere tre:
1) Istruzione.
2) Multietnicità.
3) Pene alternative al carcere.
Allorchè Malik accede ai tre elementi, il più è fatto.
Con un minimo di 1, 2 e 3, il diavolo si mostra in grado di fare anche i coperchi.
Tuto cio' che dovrebbe essere fuoriero di nuova edificazione concima in realtà un fantasmagorico fiore del male.
E' grazie a questo mix che la dispendiosa e disordinata barbarie...
... puo' trasformarsi in vera macchina di morte.
Eppure la storia è attraversata da una luce, parla stentorea anche la voce dell' Angelo, quella che invita alla salvezza.
Ma da dove viene?
Sembra di capire che venga dal pensiero delle cose ultime. La meditazione sulla morte nobilita e redime.
Purchè sia meditazione condotta all' interno di una relazione intima.
Le parole di Abdul a Malik: "cosa lascerò alla mia famiglia ora che un cancro mi sta portando via?", sembrano spingere la coppia al grande colpo. In realtà penso che quelle parole seminino dell' altro in Malik e lo spingano alla decisione cruciale.
Una segnalazione dalla quale non posso esimermi: nei panni del boss corso, Niels Arestrup è all' altezza del Padrino Marlon Brando.
Un film inquietante, innanzitutto per come descrive l' humus che contribuisce alla gemmazione di una mente criminale.
Gli ingredienti essenziali sembrano essere tre:
1) Istruzione.
2) Multietnicità.
3) Pene alternative al carcere.
Allorchè Malik accede ai tre elementi, il più è fatto.
Con un minimo di 1, 2 e 3, il diavolo si mostra in grado di fare anche i coperchi.
Tuto cio' che dovrebbe essere fuoriero di nuova edificazione concima in realtà un fantasmagorico fiore del male.
E' grazie a questo mix che la dispendiosa e disordinata barbarie...
... puo' trasformarsi in vera macchina di morte.
Eppure la storia è attraversata da una luce, parla stentorea anche la voce dell' Angelo, quella che invita alla salvezza.
Ma da dove viene?
Sembra di capire che venga dal pensiero delle cose ultime. La meditazione sulla morte nobilita e redime.
Purchè sia meditazione condotta all' interno di una relazione intima.
Le parole di Abdul a Malik: "cosa lascerò alla mia famiglia ora che un cancro mi sta portando via?", sembrano spingere la coppia al grande colpo. In realtà penso che quelle parole seminino dell' altro in Malik e lo spingano alla decisione cruciale.
Una segnalazione dalla quale non posso esimermi: nei panni del boss corso, Niels Arestrup è all' altezza del Padrino Marlon Brando.
Gengis Khan
Ci sono molti modi per rendere conto delle relazioni tra uomini e donne nel corso della storia senza ricorrere all' implausibile concetto di "patriarcato" come ad altri ferri vecchi del femminismo più retrivo e dogmatico.
Pochi dubitano che l' evoluzione abbia modellato una differenza profonda tra uomo e donna, eppure pochi rischiano di far danni come colore che, pretendendo di averla individuata (o negata) cercano poi di costruirci sopra il modello di società più confacente.
Alternativa: dare pari diritti a tutti e lasciare che la società fiorisca non programmata.
Detto questo, anch' io ho una mia idea sul tema, mi baso innazitutto su due fatti.
FATTO 1: nella nostra società gli uomini (maschi) sono al "top". Ma anche al "bottom": fatevi un giro tra carcerati e barboni, quasi solo uomini. Non parliamo poi delle vittime sul lavoro o in guerra.
FATTO 2: Che percentuale dei nostri antenati è costituita da donne? E che percentuale è costituita da uomini? Risposta abbastanza sorprendente: 80% e 40%! Gengis Khan ebbe un migliaio di figli e qualsiasi uomo potrebbe eguagliarlo. Una donna non va oltre la dozzina. Difficilmente una donna resta senza figli con tanti uomini assatanati in giro. Molto facilmente un uomo sfigato resta senza figli visto che in giro ci sono solo donne esigenti.
CONGETTURA 1: Il FATTO 2 spiega perchè sia l' uomo il soggetto deputato ad intraprendere attività rischiose e su vasta scala: ha la possibilità di inseminare mezzo mondo e, contemporaneamente, di rimanere a secco se giudicato uno sfigato. La donna si è specializzata invece nell' intimità e nel nucleo ristretto: i suoi figli lei li avrà, quel che deve garantirsi è la protezione. Questo spiega anche perchè l' uomo è più impegnato nelle vaste reti relazionali anonime mentre la donna dà il suo meglio nelle ridotte reti relazionali affettive. Il FATTO 1 conferma del resto la congettura: più rischio, più polarizzazione.
CONGETTURA 2: la differenza uomo/donna risiede più nelle motivazioni che nelle abilità, cio' non toglie che sia una differenza profonda.
Prendiamo la musica: nella storia della musica impressiona la rarità di talenti femminili. Ci hanno spiegato che gioca un ruolo l' ambito sociale tutto dedito a scoraggiare la donna. Eppure, questa spiegazione non si accorda con una quantità di fatti. Esempio: nel XIX secolo le donne suonavano il piano molto più degli uomini senza aver dato un grande contributo creativo; nel frattempo uomini neri afro americani inventavano il blues e il jazz, generi che rivoluzieranno l' ascolto della musica. Possiamo girarla come vogliamo ma questi uomini, spesso schiavi o ex schiavi, partivano senz' altro da posizioni più svantaggiate.
CONCLUSIONE: la Cultura di una società puo' essere vista come una strategia tramite la quale uomini e donne stanno insieme in modo efficiente, in modo tale cioè che 1+1 faccia più di 2. E i benefici "sistemici" sono tanto più generosi quanto più il "sistema" è allargato. Ma man mano che il gruppo si espande, le competenze dell' uomo, come abbiamo visto, hanno il sopravvento. E' per questo che le società dove "conoscenza", "benessere" e "potere" hanno un ruolo centrale, probabilmente avranno uomini ai loro vertici. Sono infatti "sistemi" tesi ad esaltare comoponenti che dal punto di vista evolutivo ricadono nella sfera di competenza maschile.
Questo paradigma mi sembra il più convincente ed inlinea con i fatti. Lo traggo per lo più da Roy Beaumeister che l' ha messo a punto in modo chiaro (qui una sintesi)
Io ne venni a conoscenza seguendo il buon David Friedman, nell' occasione si chiedeva chi tra destra e sinistra frapponesse i maggiori ostacoli all' insegnamento dell' evoluzionismo nelle scuole:
"And the religious right has been the chief force against teaching evolution."
(Quoted from Barbara Forrest, a Southeastern Lousiana University philosophy professor and prominent critic of creationist science.)
It's a widespread view, but true in only a narrow sense. People who say they are against teaching the theory of evolution are very likely to be Christian fundamentalists. But people who are against taking seriously the implications of evolution, strongly enough to want to attack those who disagree, including those who teach those implications, are quite likely to be on the left.
Consider the most striking case, the question of whether there are differences between men and women with regard to the distribution of intellectual abilities or behavioral patterns. That no such differences exist, or if that if they exist they are insignificant, is a matter of faith for many on the left. The faith is so strongly held that when the president of Harvard, himself a prominent academic, merely raised the possibility that one reason why there were fewer women than men in certain fields might be such differences, he was ferociously attacked and eventually driven to resign.
http://daviddfriedman.blogspot.com/2008/08/who-is-against-evolution.html
Pochi dubitano che l' evoluzione abbia modellato una differenza profonda tra uomo e donna, eppure pochi rischiano di far danni come colore che, pretendendo di averla individuata (o negata) cercano poi di costruirci sopra il modello di società più confacente.
Alternativa: dare pari diritti a tutti e lasciare che la società fiorisca non programmata.
Detto questo, anch' io ho una mia idea sul tema, mi baso innazitutto su due fatti.
FATTO 1: nella nostra società gli uomini (maschi) sono al "top". Ma anche al "bottom": fatevi un giro tra carcerati e barboni, quasi solo uomini. Non parliamo poi delle vittime sul lavoro o in guerra.
FATTO 2: Che percentuale dei nostri antenati è costituita da donne? E che percentuale è costituita da uomini? Risposta abbastanza sorprendente: 80% e 40%! Gengis Khan ebbe un migliaio di figli e qualsiasi uomo potrebbe eguagliarlo. Una donna non va oltre la dozzina. Difficilmente una donna resta senza figli con tanti uomini assatanati in giro. Molto facilmente un uomo sfigato resta senza figli visto che in giro ci sono solo donne esigenti.
CONGETTURA 1: Il FATTO 2 spiega perchè sia l' uomo il soggetto deputato ad intraprendere attività rischiose e su vasta scala: ha la possibilità di inseminare mezzo mondo e, contemporaneamente, di rimanere a secco se giudicato uno sfigato. La donna si è specializzata invece nell' intimità e nel nucleo ristretto: i suoi figli lei li avrà, quel che deve garantirsi è la protezione. Questo spiega anche perchè l' uomo è più impegnato nelle vaste reti relazionali anonime mentre la donna dà il suo meglio nelle ridotte reti relazionali affettive. Il FATTO 1 conferma del resto la congettura: più rischio, più polarizzazione.
CONGETTURA 2: la differenza uomo/donna risiede più nelle motivazioni che nelle abilità, cio' non toglie che sia una differenza profonda.
Prendiamo la musica: nella storia della musica impressiona la rarità di talenti femminili. Ci hanno spiegato che gioca un ruolo l' ambito sociale tutto dedito a scoraggiare la donna. Eppure, questa spiegazione non si accorda con una quantità di fatti. Esempio: nel XIX secolo le donne suonavano il piano molto più degli uomini senza aver dato un grande contributo creativo; nel frattempo uomini neri afro americani inventavano il blues e il jazz, generi che rivoluzieranno l' ascolto della musica. Possiamo girarla come vogliamo ma questi uomini, spesso schiavi o ex schiavi, partivano senz' altro da posizioni più svantaggiate.
CONCLUSIONE: la Cultura di una società puo' essere vista come una strategia tramite la quale uomini e donne stanno insieme in modo efficiente, in modo tale cioè che 1+1 faccia più di 2. E i benefici "sistemici" sono tanto più generosi quanto più il "sistema" è allargato. Ma man mano che il gruppo si espande, le competenze dell' uomo, come abbiamo visto, hanno il sopravvento. E' per questo che le società dove "conoscenza", "benessere" e "potere" hanno un ruolo centrale, probabilmente avranno uomini ai loro vertici. Sono infatti "sistemi" tesi ad esaltare comoponenti che dal punto di vista evolutivo ricadono nella sfera di competenza maschile.
Questo paradigma mi sembra il più convincente ed inlinea con i fatti. Lo traggo per lo più da Roy Beaumeister che l' ha messo a punto in modo chiaro (qui una sintesi)
Io ne venni a conoscenza seguendo il buon David Friedman, nell' occasione si chiedeva chi tra destra e sinistra frapponesse i maggiori ostacoli all' insegnamento dell' evoluzionismo nelle scuole:
"And the religious right has been the chief force against teaching evolution."
(Quoted from Barbara Forrest, a Southeastern Lousiana University philosophy professor and prominent critic of creationist science.)
It's a widespread view, but true in only a narrow sense. People who say they are against teaching the theory of evolution are very likely to be Christian fundamentalists. But people who are against taking seriously the implications of evolution, strongly enough to want to attack those who disagree, including those who teach those implications, are quite likely to be on the left.
Consider the most striking case, the question of whether there are differences between men and women with regard to the distribution of intellectual abilities or behavioral patterns. That no such differences exist, or if that if they exist they are insignificant, is a matter of faith for many on the left. The faith is so strongly held that when the president of Harvard, himself a prominent academic, merely raised the possibility that one reason why there were fewer women than men in certain fields might be such differences, he was ferociously attacked and eventually driven to resign.
http://daviddfriedman.blogspot.com/2008/08/who-is-against-evolution.html
venerdì 24 dicembre 2010
Tempo di rigurgiti
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Quando sanguina veramente un cuore?
Tutto scorre - Vasilij Grossman
Ogni grande scrittore manca l' appuntamento con la realtà tradito dalla mania di guardare le cose troppo da vicino.
Non fidatevi di lui quando sembra in vena di noiose sintesi, quando tira le somme, quando fa resoconti. Seguitelo invece nelle autopsie, quando rovista, quando ispeziona.
Il microscopio di Vassilij Grossman scruta il dolore dell' uomo riproducendone con perizia le configurazioni molecolari.
Visse al tempo dei lager sovietici e la materia prima non gli manca.
La nostra epoca consumistica è invece ossessionata dai record, cosicchè diventa urgente sapere quale spina attinge più a fondo le carni dei Giobbe della terra.
Sappiamo bene che il terreno è infido, l' "hedonic adaptation" gioca brutti scherzi e i bambini africani che scorazzano felici per le discariche non sono un' invenzione.
Vasilij, nel panorama letterario, diventa a questo punto referente decisivo.
E lui non ha dubbi nell' indicarci il singolare orrore della "traduzione al campo".
La sciagura sta nel fatto che, nel vagone, si è attenuato l' instupidimento in cui lo spirito si rinchiude come un bozzolo durante i primi mesi trascorsi in prigione. Quando il mondo casca sulla testa, un casco di ebetudine ci preserva alla grande.
Se nel maledetto vagone viene a mancare l' intontimento, nemmeno sopraggiunge la vaga smemoratezza dei lager: lì sì che c' è solo il cuore che sanguina.
Ci stiamo avvicinando alla vetta.
L' apice si raggiunge quando per un attimo veniamo assaliti da preoccupazioni ormai infondate: "e se la Marghe bagna le mutandine?"
Ma la Marghe te l' hanno portata via, cara mammina, e non la rivedrai mai più!
Siamo proprio in cima alla Top Ten, direi.
Ogni grande scrittore manca l' appuntamento con la realtà tradito dalla mania di guardare le cose troppo da vicino.
Non fidatevi di lui quando sembra in vena di noiose sintesi, quando tira le somme, quando fa resoconti. Seguitelo invece nelle autopsie, quando rovista, quando ispeziona.
Il microscopio di Vassilij Grossman scruta il dolore dell' uomo riproducendone con perizia le configurazioni molecolari.
Visse al tempo dei lager sovietici e la materia prima non gli manca.
La nostra epoca consumistica è invece ossessionata dai record, cosicchè diventa urgente sapere quale spina attinge più a fondo le carni dei Giobbe della terra.
Sappiamo bene che il terreno è infido, l' "hedonic adaptation" gioca brutti scherzi e i bambini africani che scorazzano felici per le discariche non sono un' invenzione.
Vasilij, nel panorama letterario, diventa a questo punto referente decisivo.
E lui non ha dubbi nell' indicarci il singolare orrore della "traduzione al campo".
La sciagura sta nel fatto che, nel vagone, si è attenuato l' instupidimento in cui lo spirito si rinchiude come un bozzolo durante i primi mesi trascorsi in prigione. Quando il mondo casca sulla testa, un casco di ebetudine ci preserva alla grande.
Se nel maledetto vagone viene a mancare l' intontimento, nemmeno sopraggiunge la vaga smemoratezza dei lager: lì sì che c' è solo il cuore che sanguina.
Ci stiamo avvicinando alla vetta.
L' apice si raggiunge quando per un attimo veniamo assaliti da preoccupazioni ormai infondate: "e se la Marghe bagna le mutandine?"
Ma la Marghe te l' hanno portata via, cara mammina, e non la rivedrai mai più!
Siamo proprio in cima alla Top Ten, direi.
giovedì 23 dicembre 2010
La dimenticanza è un giudizio
Tutto scorre - Vasilij Grossman -
Quando intuisco che il capitoletto d' occasione s' incentra sulla figura di Ivan Grigorievic, io accelero d' istinto una lettura che per me si fa faticosa. Il rigo si mette in salita e prima si scollina meglio è. Quel che va perso non riesco a rimpiangerlo.
Ivan è reduce dai lager sovietici, la sua condizione e i suoi pensieri inducono al "ricordo" straziante della Storia.
Ma io ho la sventura di vivere tempi tristi, tempi in cui il Ministro di turno istituisce ogni giorno un "Giorno della Memoria" diverso conferendo così un certo fascino all' oblio.
E intanto Grigorevic viene accompagnato nelle scuole a raccontare le sue peripezie d' internato e finisce inevitabilmente per puzzare di scuola oltre che di baracca.
All' arte di ricordare antepongo l' arte di dimenticare, e Vasilij Grossman in questo libro non trascura certo le mie esigenze, mi fa provvidenzialmente conoscere Nikolaij Andreevic.
E' stata la filosofa Hanna Arendt ad introdurre il concetto di "male banale" attirando l' attenzione di noi osservatori ciechi sull' integerrimo Adolf Eichmann. Ma è Vasilij Grossman ad aver spiegato compiutamente come funziona il marchingegno grazie all' incontro procurato con il delatore Nikolaij Andreevic.
A persone del genere dimenticare serve per assolversi e vivere, e dimenticare diventa così un' arte sopraffina. Il microscopio di Grossman comincia così a rimandare immagini interessanti.
Dunque, per assolversi senza perdere la faccia, la mossa decisiva consiste innanzitutto nell' incolparsi.
Il delatore Nikolaij elenca i capi d' accusa contro se stesso senza risparmiarsi, s' incolpa con scrupolo, a distanza di anni addita la sua condiscendenza verso il Potere e torna ad incolparsi; l' "esame di coscienza" diventa ben presto la sua specialità.
Detto questo, un esame di coscienza non sarebbe completo se non ricordassimo a noi stessi che "viviamo in un mondo complesso" dai nessi causali imperscrutabili. Non ci vuole molto a sentire nei precordi questa verità, ce la dicono e ce la ridicono persone sulla cui "bontà" nessuno dubiterebbe, e men che meno si dubita della loro competenza.
Poi dobbiamo constatare e compiangere la nostra debolezza di creature terrene. Non ci vuole molto: scienziati, teologi e filosofi accorreranno solerti in nostro soccorso.
Bene, detto questo il verdetto... beh, il verdetto... il verdetto non si puo' ancora pronunciare, bisogna tener conto di tutto, bisogna soppesare, ascoltare altri testimoni...
L' udienza è rinviata! Rinviata al prossimo esame di coscienza!
E questo rinvio è decisivo per far lavorare il nostro miglior alleato: il tempo.
Un tempo che scorre erodendo anche la colpa più bieca, la quale tornerà nei doviziosi "esami di coscienza" sempre più amorfa, sempre più pallida, sempre più inframezzata da attenuanti; fino a formare unicamente oggetto di speculazione teorica. Fino a sparire.
***
Una sentenza bisogna però emetterla, almeno sul libro.
Mi è piaciuto? Abbastanza per terminarlo. Non abbastanza per convincermi ad affrontare quel minaccioso parallelepipedo rettangolo che è "Vita e destino".
Quando intuisco che il capitoletto d' occasione s' incentra sulla figura di Ivan Grigorievic, io accelero d' istinto una lettura che per me si fa faticosa. Il rigo si mette in salita e prima si scollina meglio è. Quel che va perso non riesco a rimpiangerlo.
Ivan è reduce dai lager sovietici, la sua condizione e i suoi pensieri inducono al "ricordo" straziante della Storia.
Ma io ho la sventura di vivere tempi tristi, tempi in cui il Ministro di turno istituisce ogni giorno un "Giorno della Memoria" diverso conferendo così un certo fascino all' oblio.
E intanto Grigorevic viene accompagnato nelle scuole a raccontare le sue peripezie d' internato e finisce inevitabilmente per puzzare di scuola oltre che di baracca.
All' arte di ricordare antepongo l' arte di dimenticare, e Vasilij Grossman in questo libro non trascura certo le mie esigenze, mi fa provvidenzialmente conoscere Nikolaij Andreevic.
E' stata la filosofa Hanna Arendt ad introdurre il concetto di "male banale" attirando l' attenzione di noi osservatori ciechi sull' integerrimo Adolf Eichmann. Ma è Vasilij Grossman ad aver spiegato compiutamente come funziona il marchingegno grazie all' incontro procurato con il delatore Nikolaij Andreevic.
A persone del genere dimenticare serve per assolversi e vivere, e dimenticare diventa così un' arte sopraffina. Il microscopio di Grossman comincia così a rimandare immagini interessanti.
Dunque, per assolversi senza perdere la faccia, la mossa decisiva consiste innanzitutto nell' incolparsi.
Il delatore Nikolaij elenca i capi d' accusa contro se stesso senza risparmiarsi, s' incolpa con scrupolo, a distanza di anni addita la sua condiscendenza verso il Potere e torna ad incolparsi; l' "esame di coscienza" diventa ben presto la sua specialità.
Detto questo, un esame di coscienza non sarebbe completo se non ricordassimo a noi stessi che "viviamo in un mondo complesso" dai nessi causali imperscrutabili. Non ci vuole molto a sentire nei precordi questa verità, ce la dicono e ce la ridicono persone sulla cui "bontà" nessuno dubiterebbe, e men che meno si dubita della loro competenza.
Poi dobbiamo constatare e compiangere la nostra debolezza di creature terrene. Non ci vuole molto: scienziati, teologi e filosofi accorreranno solerti in nostro soccorso.
Bene, detto questo il verdetto... beh, il verdetto... il verdetto non si puo' ancora pronunciare, bisogna tener conto di tutto, bisogna soppesare, ascoltare altri testimoni...
L' udienza è rinviata! Rinviata al prossimo esame di coscienza!
E questo rinvio è decisivo per far lavorare il nostro miglior alleato: il tempo.
Un tempo che scorre erodendo anche la colpa più bieca, la quale tornerà nei doviziosi "esami di coscienza" sempre più amorfa, sempre più pallida, sempre più inframezzata da attenuanti; fino a formare unicamente oggetto di speculazione teorica. Fino a sparire.
***
Una sentenza bisogna però emetterla, almeno sul libro.
Mi è piaciuto? Abbastanza per terminarlo. Non abbastanza per convincermi ad affrontare quel minaccioso parallelepipedo rettangolo che è "Vita e destino".
Via dalla Felicità
Il vecchio rimpiange i tempi andati, allora era più felice e non fatico a capirlo: era anche più giovane.
Ma anche il ragazzo immigrato rimpiange il suo paese, laggiù era più appagato: meno pressioni, meno fretta, tanti amici e una famiglia accogliente. Certo, meno risorse, ma anche più felicità, lo dice lui.
Io lo prendo sul serio questo ragazzo, credo davvero che fosse più felice e mi chiedo: "perchè non torni"?
La domanda è sensata, visto che le "risorse" sono funzionali alla "felicità".
Ma lui non sa rispondermi, sta di fatto che "tornare alla felicità" è fuori discussione.
Lui non mi risponde, mi risponde però la novella di Russ Roberts: "The Price of Everything", e lo fa in modo brillante, oserei dire commovente.
Noi siamo abituati a pensare che la "felicità" sia tutto. In questo senso è l' ideologia utilitarista che ci scorre nelle vene.
Quando critichiamo gli studi sulla felicità si finisce sempre per recriminare su quanto poco sia catturabile dai numeri questo sentimento. Ma c' è una critica ancora più puntuta: questo sentimento non esaurisce la realizzazione umana, c' è anche la Speranza.
Se chiedete ad una persona "speranzosa" quanto è felice, probabilmente nicchierà, come puo' esserlo finchè non raggiunge l' oggetto dei suoi desideri?
Eppure "lo speranzoso" non dismetterà il suo sogno per dirigersi laddove sa di trovar garanzie di felicità, ed è giusto che sia così. Dobbiamo concludere che la nostra anima si realizza nella "speranza" prima ancora che nell' immota "felicità".
Gli immigrati ci danno una grande lezione: scappano dalla Felicità per andare verso la Speranza.
Teniamone conto, specie quando prepariamo il mondo che accoglierà i nostri ragazzi. Tremebondi pensiamo di tutelarli garantendo loro un minimo di felicità, a costo di ridurre la società ad una palude. Ma forse non è di questo che hanno bisogno.
Ma anche il ragazzo immigrato rimpiange il suo paese, laggiù era più appagato: meno pressioni, meno fretta, tanti amici e una famiglia accogliente. Certo, meno risorse, ma anche più felicità, lo dice lui.
Io lo prendo sul serio questo ragazzo, credo davvero che fosse più felice e mi chiedo: "perchè non torni"?
La domanda è sensata, visto che le "risorse" sono funzionali alla "felicità".
Ma lui non sa rispondermi, sta di fatto che "tornare alla felicità" è fuori discussione.
Lui non mi risponde, mi risponde però la novella di Russ Roberts: "The Price of Everything", e lo fa in modo brillante, oserei dire commovente.
Noi siamo abituati a pensare che la "felicità" sia tutto. In questo senso è l' ideologia utilitarista che ci scorre nelle vene.
Quando critichiamo gli studi sulla felicità si finisce sempre per recriminare su quanto poco sia catturabile dai numeri questo sentimento. Ma c' è una critica ancora più puntuta: questo sentimento non esaurisce la realizzazione umana, c' è anche la Speranza.
Se chiedete ad una persona "speranzosa" quanto è felice, probabilmente nicchierà, come puo' esserlo finchè non raggiunge l' oggetto dei suoi desideri?
Eppure "lo speranzoso" non dismetterà il suo sogno per dirigersi laddove sa di trovar garanzie di felicità, ed è giusto che sia così. Dobbiamo concludere che la nostra anima si realizza nella "speranza" prima ancora che nell' immota "felicità".
Gli immigrati ci danno una grande lezione: scappano dalla Felicità per andare verso la Speranza.
Teniamone conto, specie quando prepariamo il mondo che accoglierà i nostri ragazzi. Tremebondi pensiamo di tutelarli garantendo loro un minimo di felicità, a costo di ridurre la società ad una palude. Ma forse non è di questo che hanno bisogno.
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